Tra Trento e la Val di Fiemme si estende la Val di Cembra, una delle aree viticole più particolari dell’arco alpino. Qui i vigneti si arrampicano lungo i versanti della valle sostenuti da oltre 700 chilometri di muretti a secco, in un paesaggio modellato nel tempo dal lavoro dell’uomo e da una viticoltura che ancora oggi richiede una forte componente manuale.
È da questo patrimonio che parte la riflessione emersa durante l’ultima edizione di Dolo-Vini-Miti, manifestazione che utilizza il vino come strumento per raccontare il territorio e immaginarne il futuro.
“La quarta edizione è andata molto bene perché è riuscita a trasmettere ai produttori e ai cittadini una maggiore consapevolezza del valore di questo territorio”, spiega Nicola Zanotelli, presidente del Comitato Mostra Valle di Cembra.
Una consapevolezza che nasce dalle caratteristiche uniche della valle. I vigneti vengono coltivati tra i 400 e i 950 metri di altitudine e beneficiano di forti escursioni termiche tra giorno e notte. Condizioni che favoriscono vini caratterizzati da freschezza, aromaticità e acidità, elementi che hanno contribuito a rendere la valle un riferimento per molte produzioni bianche e per le basi spumante.
La storia vitivinicola della zona è legata alla Schiava, varietà che per decenni ha rappresentato il vino quotidiano delle famiglie locali. Dagli anni Settanta il Müller Thurgau ha progressivamente assunto un ruolo centrale, trovando in questo territorio condizioni particolarmente favorevoli.
“Non lo definiamo autoctono, ma è un vitigno che ha trovato il suo habitat ideale in Valle di Cembra”, osserva Zanotelli. Oggi il Müller Thurgau resta il vino simbolo della valle, al centro anche della storica rassegna dedicata al vitigno, giunta alla 39ª edizione.
Negli ultimi anni si è sviluppata inoltre la produzione di Chardonnay e Pinot Nero destinati alla spumantistica trentina. Sempre più aziende produttrici di Trentodoc guardano infatti alla valle per ottenere uve capaci di esprimere freschezza, sapidità e tensione acida.
Ma il vino rappresenta soltanto una parte del progetto. La sfida che produttori e istituzioni stanno affrontando riguarda la costruzione di una strategia comune per valorizzare l’intero territorio. Oggi una ventina di aziende private e la cantina cooperativa locale, che riunisce oltre 300 famiglie, partecipano a un percorso condiviso per definire l’identità futura della valle.
“Vogliamo capire quale sarà il vino che potrà rappresentare meglio la nostra zona nei prossimi decenni”, afferma Zanotelli. Un confronto che riguarda le scelte produttive ma anche la capacità di raccontare la valle attraverso un’immagine unitaria.
Accanto al vino trovano spazio i temi dell’ospitalità e del turismo. Sentieri, percorsi per la mountain bike, laghi, piramidi di terra e piccoli borghi fanno parte di un’offerta che punta a integrare natura, enogastronomia e cultura locale.
Tra i progetti più significativi c’è il recupero delle numerose baite rurali presenti tra i vigneti. L’idea è trasformarle in strutture ricettive di piccole dimensioni, capaci di offrire un’esperienza immersiva senza alterare l’equilibrio del paesaggio.
“Non vogliamo trasformare il territorio, ma permettere alle persone di viverlo mantenendone l’autenticità”, conclude Nicola Zanotelli.
Per la Val di Cembra il futuro passa dunque da una parola chiave: identità. Un’identità costruita sul vino, ma soprattutto sul rapporto inscindibile tra paesaggio, comunità e territorio.





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