La mia partecipazione alle celebrazioni per i 75 anni di Cantina Rauscedo, culminate il 10 ottobre 2026 con il convegno Radici comuni, sfide nuove, mi ha offerto l’occasione per riflettere sul presente e, soprattutto, sul futuro del mondo del vino.

L’incontro, inserito nella manifestazione Le Radici del Vino e ospitato presso Cantina Rauscedo, a San Giorgio della Richinvelda (Pordenone), ha riunito voci autorevoli dell’enologia, dell’economia e della comunicazione, chiamate a confrontarsi su un settore che sta attraversando una fase di profonda trasformazione.
Forse, più che di una crisi del vino, dovremmo parlare di un cambiamento del modo di viverlo, sceglierlo e acquistarlo.
Ad aprire idealmente il confronto è stato Antonio Zuliani, Presidente di Cantina Rauscedo, che ha sottolineato il valore della cooperazione e di una comunità capace di condividere responsabilità, competenze e obiettivi. Le sue parole hanno restituito l’immagine di una realtà che considera la terra non una semplice risorsa produttiva, ma il punto di partenza di ogni scelta.
Operare in sintonia con la natura, investire in tecnologia e sostenibilità, mantenere alta la qualità: sono principi che, in un momento di incertezza, assumono un significato ancora più importante. Perché innovare non significa necessariamente cambiare identità, ma trovare strumenti nuovi per valorizzarla.
È questo, a mio avviso, uno degli aspetti più interessanti della cooperazione: la possibilità di mettere insieme esperienze e professionalità diverse, trasformando il lavoro dei singoli in un progetto condiviso. A Rauscedo questa filosofia trova espressione in un sistema che lega la produzione del vino alla ricerca e all’innovazione viticola, creando un dialogo continuo tra vigneto, cantina e mercato.
Il contributo di Matteo Zoppas, Presidente di ICE-Agenzia, intervenuto da remoto, ha richiamato l’attenzione sul ruolo strategico dell’export e sulla necessità di promuovere nel mondo la qualità del vino italiano e friulano. Denis Pantini, responsabile Agrifood e Wine Monitor di Nomisma, ha invece offerto una lettura delle dinamiche dei consumi e dei mercati internazionali, mentre Alessio Planeta ha posto l’accento sul rapporto tra identità territoriale, innovazione e competitività.
Sono temi che oggi nessuna azienda vitivinicola può permettersi di trascurare. Il consumatore cambia, le occasioni di consumo si trasformano e le imprese devono imparare a intercettare nuove sensibilità senza rinunciare alla propria personalità.
Mi piace pensare a ciò che è accaduto nel mondo della musica: la diffusione dello streaming ha modificato profondamente il mercato dei supporti fisici, ma non ha cancellato la voglia di ascoltare musica. Ha semplicemente cambiato il modo di fruirne, raggiungendo anche nuove generazioni.
Il parallelismo con il vino non è perfetto, naturalmente, ma aiuta a comprendere un concetto fondamentale: una riduzione di alcune forme di acquisto non significa necessariamente la scomparsa dell’interesse. Può indicare, piuttosto, la necessità di comprendere meglio le nuove abitudini, le motivazioni che orientano le scelte e le occasioni nelle quali il vino trova oggi il proprio spazio.
L’ottimismo, però, non deve trasformarsi in superficialità. Servono analisi, investimenti e capacità di leggere i dati. Occorre produrre ciò che il mercato richiede, mantenendo un equilibrio tra domanda, vocazione produttiva e qualità.
Il convegno ha affrontato anche un tema che considero centrale: la comunicazione. Gli interventi del Master of Wine Gabriele Gorelli e di Cristian Maitan, Miglior Sommelier d’Italia AIS 2023, hanno contribuito a riportare l’attenzione sul valore percepito del vino e sull’importanza di saperlo raccontare.
Da appassionato e comunicatore del settore, credo che questa sia una delle sfide più stimolanti. Il vino non può essere raccontato soltanto attraverso numeri, classificazioni e note di degustazione. Ha bisogno di parole capaci di avvicinare le persone, di far conoscere i territori, di spiegare il lavoro che si nasconde dietro ogni bottiglia e di trasmettere il valore delle scelte produttive.
Comunicare il vino significa anche renderlo comprensibile a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo, senza rinunciare alla profondità necessaria per coinvolgere gli appassionati più esperti. Significa, soprattutto, costruire un dialogo con le nuove generazioni, ascoltandone linguaggi e sensibilità, senza dare per scontato che il consumatore di domani abbia gli stessi desideri di quello di ieri.
A completare il quadro sono stati gli interventi di Flavio Geretto, Direttore Generale di Cantina Rauscedo, e Yuri Zambon, Direttore tecnico e commerciale di Vivai Cooperativi Rauscedo. Le loro testimonianze hanno evidenziato la forza di un sistema nel quale produzione, ricerca, innovazione e cooperazione dialogano per affrontare le sfide del presente.
Geretto ha ribadito la necessità di interpretare tempestivamente i cambiamenti, valorizzando il contributo dei soci, considerati il vero patrimonio della cooperativa e un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni del territorio. In questo percorso, la DOC Friuli rappresenta uno strumento importante per rispondere alle richieste del mercato attraverso una denominazione versatile, senza perdere il legame con l’identità produttiva locale.
Interessante anche la prospettiva di una Cantina Rauscedo sempre più caratterizzata da due anime complementari: il vino sfuso e quello imbottigliato. Due modalità differenti di raggiungere il mercato, ma unite da un medesimo principio: la qualità.
È una visione concreta, che dimostra come il futuro di un’azienda non debba necessariamente passare attraverso un’unica direzione. La diversificazione può diventare una risorsa, purché rimanga coerente con le competenze, la storia e i valori di chi produce.
I 75 anni di Cantina Rauscedo raccontano una storia di persone, lavoro e cooperazione. Il convegno Radici comuni, sfide nuove ha aggiunto a questa storia una riflessione necessaria sul presente, ricordando che anche nei momenti più complessi esistono margini di crescita per chi sa osservare, ascoltare e innovare.
Il vino continuerà a cambiare, così come cambieranno i mercati e i consumatori. Ciò che non dovrebbe cambiare è la capacità di riconoscere il valore della terra, delle persone e della qualità.
Perché avere radici solide non significa restare fermi. Significa, al contrario, poter guardare lontano senza perdere la propria identità.











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