Alla Mole Vanvitelliana di Ancona è andata in scena una nuova edizione dell’evento organizzato dai FIVI Marche, appuntamento che ha riunito numerosi piccoli produttori del territorio offrendo un’ampia panoramica sulla viticoltura regionale e sulle sue molteplici identità.
Un’occasione interessante non soltanto per degustare vini spesso difficili da reperire fuori regione, ma soprattutto per riflettere su una caratteristica che accompagna da sempre il mondo vitivinicolo marchigiano: il dualismo. Verdicchio di Jesi o Verdicchio di Matelica. Vernaccia di Serrapetrona o Lacrima di Morro d’Alba. Passerina o Pecorino. Fino ad arrivare al cosiddetto Bordò, nome con cui storicamente nelle Marche viene identificato il Grenache.
Contrapposizioni territoriali e culturali che nel tempo hanno contribuito a costruire l’identità enologica della regione, spesso alimentando un forte senso di appartenenza locale e una difesa quasi “campanilistica” delle diverse denominazioni.
Eppure, proprio degustando i vini presenti alla manifestazione, emerge con chiarezza come questi vitigni autoctoni riescano oggi a raccontarsi in maniera molto più articolata rispetto al passato.
Il Verdicchio, ad esempio, continua a mostrare due anime ben distinte: da un lato quella più solare, ampia e mediterranea dei Castelli di Jesi, dall’altro la verticalità e la tensione minerale tipiche di Matelica. Due interpretazioni differenti ma complementari di uno dei grandi bianchi italiani.
Allo stesso modo la Vernaccia di Serrapetrona mantiene il suo carattere unico e identitario, grazie alla speziatura e alla storica tradizione della spumantizzazione, mentre la Lacrima di Morro d’Alba continua ad affascinare per il suo profilo aromatico estremamente riconoscibile, floreale e fragrante.
Interessante anche il confronto tra Passerina e Pecorino: la prima sempre più orientata verso vini immediati, freschi e gastronomici; il secondo ormai protagonista di interpretazioni più strutturate e contemporanee, capaci di dialogare con mercati ben oltre i confini regionali.
Fra gli aspetti più stimolanti emersi durante la degustazione c’è proprio la crescente volontà di alcuni produttori di superare certe rigide contrapposizioni storiche, valorizzando invece la biodiversità e la pluralità del patrimonio viticolo marchigiano.
Una riflessione che appare particolarmente attuale in un momento in cui il mercato richiede vini sempre più riconoscibili, territoriali ma anche dinamici e moderni nello stile.
Le Marche, grazie soprattutto al lavoro dei vignaioli indipendenti, sembrano oggi vivere una fase interessante: da una parte la forte tutela delle tradizioni e dei vitigni autoctoni, dall’altra la ricerca di interpretazioni più contemporanee, meno legate agli stereotipi del passato.
Il risultato è una regione vitivinicola ancora fortemente identitaria, ma sempre meno chiusa nei propri “feudi” storici.
E forse il futuro del vino marchigiano potrebbe passare proprio da qui: non più da una continua contrapposizione tra territori e vitigni, ma dalla capacità di valorizzarne le differenze come elementi complementari di un unico grande racconto regionale.














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