Ci sono luoghi in cui il vino si beve. E poi c’è Montalcino, dove il vino accade.

Accade tra colline che sembrano disegnate per accompagnare lo sguardo, filari, boschi, vento e quella luce tutta toscana che, soprattutto quando il giorno comincia a inclinarsi verso la sera, sembra già possedere le sfumature del Sangiovese.

Red Montalcino 2026 è stata ancora una volta un’occasione per immergersi nel territorio e confrontarsi con le sue interpretazioni, ma soprattutto per riflettere sul presente e, forse ancora di più, sul futuro del Rosso di Montalcino.

Una cosa, prima di tutto, mi ha colpito: la presenza di tanti giovani.

Giovani davanti ai banchi d’assaggio, curiosi, partecipi, desiderosi di conoscere e di bere vino senza necessariamente trasformarlo in un rito iniziatico. Ed è proprio osservandoli che una domanda, calice dopo calice, ha cominciato a diventare sempre più insistente.

Che vino deve essere oggi il Rosso di Montalcino?

Il fratello minore del Brunello?

Per molti anni il Rosso di Montalcino è stato percepito, raccontato e talvolta anche costruito come una sorta di fratello minore del Brunello.

Stesso territorio, stesso Sangiovese, naturalmente ambizioni e tempi differenti.

Ma siamo sicuri che oggi questa sia ancora la strada più interessante?

La degustazione di Red Montalcino ha mostrato un livello qualitativo generalmente molto alto, con vini tecnicamente ben realizzati e capaci di confermare, ancora una volta, il valore assoluto del territorio.

Eppure una sensazione è rimasta.

Molti Rossi assaggiati, pur figli prevalentemente di una 2024 relativamente fresca rispetto ad alcune delle annate più torride degli ultimi anni, sembravano continuare a guardare con una certa insistenza verso il Brunello.

Struttura, materia, concentrazione, profondità.

In alcuni casi la sensazione era quella di trovarsi davanti non tanto a un vino con una propria identità precisa, quanto a una sorta di Brunello depotenziato: meno potente, meno complesso, meno ambizioso, ma comunque costruito seguendo una grammatica simile.

E qui nasce la riflessione.

Perché essere la versione ridotta di qualcosa di grandissimo quando si potrebbe essere qualcosa di diverso?

Il coraggio della freschezza

Tra gli assaggi, personalmente, sono state proprio le interpretazioni più fresche a lasciare il segno maggiore.

Non necessariamente le più semplici.

Freschezza e semplicità non sono sinonimi.

Parlo di Rossi fragranti, succosi, verticali, dinamici. Vini nei quali il frutto rimane vivo, il sorso corre e il tannino accompagna senza necessariamente voler dimostrare qualcosa.

Vini pronti.

E “pronto”, nel vino, non dovrebbe essere considerato un aggettivo diminutivo.

Può significare contemporaneo, gastronomico, versatile. Può significare un vino capace di sedersi sulla tavola senza chiedere permesso e, soprattutto, senza pretendere che ogni bottiglia debba necessariamente diventare un esercizio di contemplazione.

Queste interpretazioni, almeno nella mia degustazione, non sono state la maggioranza.

Ma si sono fatte notare.

Perché avevano una voce propria.

E soprattutto perché, dopo il primo sorso, facevano venire voglia del secondo.

Un parametro apparentemente banale che, forse, nel vino contemporaneo dovremmo tornare a considerare fondamentale.

E se il Rosso parlasse ai giovani?

Ed eccoci nuovamente a quei ragazzi presenti a Red Montalcino.

La loro partecipazione pone indirettamente una domanda a tutto il mondo del vino.

Se vogliamo davvero avvicinare nuove generazioni al vino, siamo sicuri che basti raccontarlo con un linguaggio più giovane?

O forse dobbiamo anche interrogarci su quali vini vogliamo mettere nei loro calici?

Il consumatore contemporaneo sembra mostrare interesse anche verso vini meno muscolari, più freschi, bevibili, immediati. Immediati non nel senso di banali, ma di comprensibili nel piacere.

Ed è proprio qui che il Rosso di Montalcino potrebbe avere uno spazio straordinario.

Perché possiede già tutto ciò che molti vini vorrebbero avere: un territorio riconoscibile, una denominazione prestigiosa, il Sangiovese e soprattutto un nome, Montalcino, conosciuto ben oltre i confini italiani.

Non deve inventarsi una storia.

Deve forse soltanto decidere quale storia vuole raccontare.

Non un Brunello che deve ancora diventare Brunello

Nessuno mette in discussione il ruolo del Brunello.

Anzi.

Proprio la grandezza e la riconoscibilità internazionale del fratello maggiore potrebbero concedere al Rosso una libertà che forse fino a oggi non ha sfruttato completamente.

Quella di essere diverso.

Più immediato. Più fragrante. Più gastronomico. Più agile.

E, perché no, anche più spensierato.

Senza perdere territorio, senza perdere profondità e soprattutto senza rinunciare alla qualità, che negli assaggi di Red Montalcino 2026 è apparsa complessivamente di notevole livello.

Non si tratta quindi di abbassare l’asticella.

Forse esattamente del contrario.

Si tratta di alzarla cambiando il parametro con cui misuriamo il vino.

Perché la grandezza non passa necessariamente dalla potenza, dall’estrazione o dalla capacità di aspettare anni in cantina.

A volte la grandezza di un vino sta nella precisione con cui riesce a interpretare il proprio ruolo.

E allora la domanda con cui sono arrivato alla fine della degustazione è rimasta la stessa con cui avevo cominciato:

che cosa vogliamo che sia il Rosso di Montalcino?

Un piccolo Brunello?

Oppure un grande Rosso?

Personalmente, dopo gli assaggi di Red Montalcino 2026, sono state proprio le interpretazioni più fresche, immediate e dinamiche a incuriosirmi maggiormente.

Quelle che non sembravano voler imitare nessuno.

Quelle che avevano semplicemente voglia di essere bevute.

Montalcino, del resto, un Re ce l’ha già.

Il Brunello non ha bisogno di presentazioni.

Forse il Rosso non deve trascorrere la propria vita cercando di diventare Principe.

Forse deve soltanto trovare il coraggio di essere se stesso.

Michele Nasoni
Era il 1972, annata tragica in tutta Italia per il vino, eppure nacqui io. Allevato a latte e Sangiovese, pane vino e zucchero, nel 2010, fu per me un piacere, oltre che un onore, diventare sommelier. Dal 2016 inizia a scrivere sul mio blog ed oggi eccomi qua!