La cattedra vuota del vino

Una riflessione sulla comunicazione del vino, che spesso imita la conoscenza invece di costruirla davvero.

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Come tanti miei colleghi giornalisti ricevo da sempre inviti a masterclass e presentazioni di guide, tutte accompagnate dalla stessa promessa di “imperdibilità”. E ogni volta riaffiora la stessa domanda: ma a chi parlano davvero?

Viviamo in un tempo in cui tutto dovrebbe essere chiaro e accessibile, e invece il vino continua a scegliere la strada più tortuosa, come se la complessità fosse un distintivo da esibire.

Ripenso al verbo insegnare: lasciare un segno. Oggi molte masterclass sembrano lasciare meno di quanto promettono. Gli stessi volti che giudicano i vini con rigore, una volta in cattedra, adottano registri più indulgenti, talvolta criptici. Il linguaggio è tecnico, a tratti confuso, non sempre orientato. L’addetto ai lavori si distrae, il neofita fatica a seguire, l’appassionato resta in attesa di risposte. È un racconto che non sempre costruisce conoscenza: forse la limita?

Lo stesso vale per le guide del vino, quasi tutte ancora cartacee, che oggi sembrano reggersi soprattutto su eventi e sponsorizzazioni. Oggetti che qualcuno definisce “fermaporta”, forse perché hanno smesso di orientare e hanno iniziato a pesare più del necessario. In questo spazio si affacciano nuovi narratori del vino, talvolta improvvisati — non tutti, naturalmente — e spesso sostenuti da collaborazioni o partnership. Raccontano ciò che è più semplice o conveniente raccontare, non sempre ciò che comprendono davvero. E dietro un testavin si avventurano in descrizioni curiose: scatola di sigari, cassetto antico, gomma bruciata.

Così il “professorone” viene sostituito da chi parla semplice, sì, ma spesso per interesse. Un cane che si morde la coda. Eppure qualcosa si muove. Emergono figure nuove, sincere, competenti, che non si piegano alle liturgie del settore e riportano il vino alla sua natura più vera: un’esperienza culturale, un gesto di convivialità.

Si moltiplicano gli eventi dove il vino incontra il cibo, dove il dialogo si apre, dove il dibattito si accende anche tra i meno esperti. Un modo più spontaneo di comunicare, meno “in cattedra” e più vicino a chi il vino lo vive senza pretese: giovani, curiosi, chi lo beve solo in alcune occasioni e cerca un modo semplice per portarlo a tavola, per fare wine pairing senza sentirsi giudicato.

Forse è da qui che bisogna ripartire: dal vino che torna a parlare alle persone.

Milko Chilleri
Giornalista e Sommelier, da sempre attivo comunicatore di arte cultura e gastronomia. Il vino è la mia passione: un bellissimo viaggio che non finisce mai.