Archeologia, cucina, vino e cristallo: a Colle di Val d’Elsa (SI) una manifestazione volutamente “border line” racconta un territorio attraverso le sue diverse anime. E alla fine la Torta all’Acqua incorona il Belvedere Ottantacinque di Samuele Polato, primo vincitore di quello che mi piace già chiamare il “Mestolo di Cristallo”.
Bada che Gota
Già il nome sembra quasi un invito.
Bada. Guarda. Fai attenzione.
Perché dietro quella gota c’è molto più di un ingrediente e dentro quella goccia sembra quasi nascondersi una città intera.
Ne avevamo già parlato durante la diretta di Rossorubino dedicata alla manifestazione: sarebbe riduttivo considerare Bada che Gota semplicemente un evento gastronomico. È qualcosa di volutamente più border line, capace di camminare sul confine tra festa popolare e cucina d’autore, vino e cibo, cultura e divertimento, memoria e contemporaneità.
E proprio questo equilibrio è emerso durante il press tour dell’edizione 2026.
Prima di mangiare un territorio bisogna conoscerlo
La giornata è iniziata lontano dai fornelli.
Prima una visita alla parte storica di Colle di Val d’Elsa, poi l’ingresso al Museo Archeologico Ranuccio Bianchi Bandinelli.
Una scelta tutt’altro che casuale.
Perché prima di assaggiare un territorio può essere utile imparare a leggerlo.
Il museo non è un contenitore isolato, ma dialoga con gli altri due musei cittadini in un sistema culturale interconnesso: luoghi differenti che, attraverso linguaggi diversi, raccontano la stessa identità.
Ed è proprio qui che emerge uno dei fili conduttori più affascinanti della giornata.
L’acqua.
Colle è figlia dell’acqua.
L’acqua ne ha accompagnato lo sviluppo, il lavoro, le attività produttive e le trasformazioni. Ha attraversato la sua storia diventandone elemento economico, sociale e identitario.
E allora cultura ed enogastronomia smettono improvvisamente di essere due argomenti separati.
Perché un prodotto non nasce mai soltanto da una ricetta.
Nasce dalle persone che lo preparano, dai luoghi nei quali vivono, dalle materie prime che hanno a disposizione, dalle abitudini tramandate, dalla geografia, dalla necessità. Nasce dalla storia.
Prima ancora di essere mangiato, un territorio viene vissuto.
Poi arriva lei: la gota
Dal museo alle strade.
Dalla storia ai profumi.
Il press tour entra nel cuore più godereccio della manifestazione e cambia improvvisamente ritmo.
Padelle, piatti, tavoli, persone, cucine. E soprattutto lei, protagonista annunciata fin dal nome: la gota.
Materia profondamente toscana che a Bada che Gota diventa terreno di confronto e interpretazione.
Ed è probabilmente uno degli aspetti più interessanti della manifestazione: prendere qualcosa che appartiene alla memoria gastronomica e affidarlo alle mani e alla sensibilità di cuochi differenti.
Durante il percorso ho avuto modo di assaggiare le interpretazioni proposte da Belvedere Ottantacinque, Trattoria Bel Mì Colle, La Leggenda dei Frati, Locanda di Berto e Giangio e Lamè.
Cinque cucine.
Cinque sensibilità.
Cinque modi differenti di confrontarsi con la stessa protagonista.
Ed è qui che Bada che Gota mostra forse la sua anima più interessante.
Perché la tradizione non dovrebbe essere una fotografia ingiallita appesa al muro.
La tradizione è materia viva.
La puoi rispettare, coccolare, provocare. Puoi lasciarla parlare con il suo accento oppure farle indossare un vestito nuovo.
Puoi partire da un ingrediente profondamente popolare e portarlo verso una cucina più contemporanea senza necessariamente strappargli le radici.
Un piede nella memoria.
L’altro nel futuro.
In mezzo, il gusto.
E nel calice? Il territorio continua
Naturalmente ci sono anche i vini.
Ma sarebbe sbagliato trasformare Bada che Gota in un evento vinicolo.
Qui il vino non ha bisogno di prendersi tutta la scena: accompagna, dialoga, completa.
Tra le cantine presenti ho incontrato Il Palagione, con Vernaccia di San Gimignano e bollicine, Falisca e Galognano, quest’ultima con proposte che mi sono sembrate particolarmente giovani, fresche e moderne.
Niente classifiche e, questa volta, niente singole bottiglie da mettere sotto la lente d’ingrandimento.
Non era quello il senso.
Perché qualche volta possiamo anche lasciare da parte punteggi, schede e analisi esasperate.
Versare.
Mangiare.
Parlare.
Condividere.
Il vino è cultura anche quando smettiamo per qualche minuto di interrogarlo e torniamo semplicemente a berlo.
Poi arrivano il fuoco e il cristallo
E se c’è un elemento che non può essere separato dall’identità di Colle di Val d’Elsa, quello è il cristallo.
Siamo nella Città del Cristallo.
E allora la dimostrazione dei maestri cristallieri non poteva essere un semplice momento collaterale.
Davanti al fuoco la materia cambia.
Si scalda, si ammorbidisce, diventa quasi liquida. Viene soffiata, allungata, modellata.
C’è qualcosa di ipnotico nel vedere il respiro dell’uomo entrare nella materia incandescente e darle una forma.
Fuoco, aria e mani.
Tre elementi che trasformano la materia in trasparenza.
E per chi vive continuamente con un calice tra le dita il cortocircuito diventa inevitabile.
La terra genera l’uva.
L’uomo genera il vino.
Il fuoco e il respiro danno forma al cristallo.
E alla fine tutto si incontra proprio lì.
Dentro un calice.
Una torta fatta d’acqua
Ma la storia non era ancora finita.
Perché Bada che Gota aveva preparato un ultimo ritorno alle origini.
La Torta all’Acqua di Colle.
Una sfida nella quale il Comune aveva stabilito una ricetta alla quale i partecipanti dovevano attenersi.
Pochi ingredienti e uguali per tutti: 4 uova, 170 grammi di farina 00, 200 grammi di zucchero, 170 grammi di fecola, 8 cucchiai d’acqua e una bustina di lievito da 17 grammi.
Anche il procedimento era definito: uova, zucchero e acqua montati fino a triplicare il proprio volume; farina e lievito incorporati delicatamente, un terzo alla volta, lavorando dal basso verso l’alto per non smontare l’impasto. Carta forno soltanto sulla base della teglia, bordi non imburrati per consentire una crescita uniforme e circa venti minuti di forno a 170 gradi.
Semplice?
Solo apparentemente.
Perché quando la materia prima è la stessa per tutti, non ci si può nascondere dietro gli ingredienti.
Rimangono la mano, la tecnica, la sensibilità.
E forse anche quel piccolo segreto che nessuna ricetta riesce mai veramente a scrivere.
Il primo “Mestolo di Cristallo”
Ed eccoci al verdetto.
A vincere la prima edizione della sfida dedicata alla Torta all’Acqua di Colle è stato Belvedere Ottantacinque, con lo chef Samuele Polato.
E qui concedetemi una piccola licenza.
Perché io questa competizione ho già deciso di ribattezzarla:
il “Mestolo di Cristallo”.
C’è una torta.
C’è l’acqua.
C’è una cucina.
E siamo a Colle di Val d’Elsa, Città del Cristallo.
Più inevitabile di così.
A Samuele Polato e al Belvedere Ottantacinque è andato infatti un premio che sembra scritto apposta per il finale di questa storia: una coppa in cristallo.
Ed ecco che il cerchio, improvvisamente, si chiude.
Dall’acqua al cristallo
Eravamo partiti dall’acqua.
Dall’acqua che ha attraversato la storia di Colle, ne ha accompagnato il lavoro e contribuito a costruirne l’identità.
Poi siamo passati attraverso l’archeologia e la memoria.
Abbiamo incontrato la gota, le cucine, i profumi.
Abbiamo riempito qualche calice.
Abbiamo visto il fuoco e il respiro dell’uomo dare forma al cristallo.
E infine abbiamo ritrovato quell’acqua là dove forse non ce l’aspettavamo più.
Dentro una torta.
Una torta che, quasi per chiudere perfettamente la sceneggiatura, viene premiata con una coppa di cristallo.
Acqua.
Terra.
Fuoco.
Cibo.
Vino.
Cristallo.
Persone.
Forse Bada che Gota funziona proprio perché non prova a scegliere una sola identità.
Le mette tutte insieme.
Perché un museo racconta un territorio.
Una ricetta racconta un territorio.
Un piatto racconta un territorio.
Una bottiglia racconta un territorio.
Le mani di un maestro del cristallo raccontano un territorio.
E una torta fatta anche d’acqua può raccontarlo altrettanto bene.
Allora sì.
Bada.
Guarda quella gota.
Guarda quella goccia.
Perché qualche volta basta davvero una goccia per raccontare una città intera.
E se quella città è Colle di Val d’Elsa, alla fine quella goccia può persino diventare cristallo.










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