Ci sono eventi che celebrano il vino e altri che provano a immaginarne il futuro. VinoVip Cortina appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Nella suggestiva cornice delle Dolomiti, la quindicesima edizione del summit ideato da Civiltà del bere ha preso il via con uno dei momenti più attesi dell’intera manifestazione: “I Tenori del vino italiano”, il talk moderato da Alessandro Torcoli che ha riunito sul palco quattro autentici protagonisti dell’enologia nazionale – Piero Antinori, Angelo Gaja, Sandro Boscaini e Fausto Maculan – chiamati a confrontarsi sulle sfide che attendono il comparto.
Più che una conferenza è stato un dialogo tra uomini che hanno trasformato il vino italiano negli ultimi cinquant’anni, rendendolo uno dei simboli più riconosciuti del Made in Italy. Un confronto ricco di esperienza, ma soprattutto di visione.
Il vino non è un semplice alcolico
Tra gli interventi che hanno segnato l’apertura del dibattito spicca quello di Piero Antinori, che individua nella crescente tendenza ad equiparare il vino alle altre bevande alcoliche uno dei rischi più concreti per il settore.
Secondo Antinori, il vino porta con sé un patrimonio culturale, sociale e gastronomico che non può essere ridotto alla sola presenza dell’alcol. Per questo serve una grande operazione di comunicazione internazionale capace di raccontarne i valori, soprattutto alle nuove generazioni. L’idea lanciata dal presidente onorario di Marchesi Antinori è tanto semplice quanto ambiziosa: destinare pochi centesimi per ogni bottiglia prodotta a una campagna mondiale di promozione della cultura del vino.
È una riflessione che va oltre il marketing: è la consapevolezza che oggi non basta più produrre grandi vini, bisogna spiegare perché esistono.
Meno autoreferenzialità, più ascolto
Se Antinori invita il mondo del vino a comunicare meglio, Sandro Boscaini propone un esercizio ancora più impegnativo: fare autocritica.
Secondo il presidente di Masi Agricola, il settore ha vissuto troppo a lungo ripiegato su sé stesso, continuando a raccontare il vino con il linguaggio di trent’anni fa mentre la società cambiava rapidamente. Oggi è necessario abbandonare ogni forma di autoreferenzialità e imparare a dialogare con consumatori che hanno abitudini e sensibilità completamente diverse rispetto al passato.
Il vino resta un prodotto straordinario, ma non può più parlare solo agli appassionati.
Gaja: “Il vino deve restare una categoria a sé”
Tra gli interventi più diretti quello di Angelo Gaja, che ha affrontato senza retorica i principali fattori di instabilità del settore: dalle prese di posizione dell’OMS alle tensioni geopolitiche che si riflettono sui mercati internazionali.
Per Gaja il vino possiede caratteristiche uniche che lo distinguono profondamente dagli spirits e dagli aperitivi: è fermentazione naturale, è cultura, è territorio, è storia. Per questo ritiene necessario che venga considerato separatamente nel dibattito normativo e sanitario.
Il suo messaggio più interessante guarda al futuro: i mercati tradizionali rallenteranno, sarà quindi necessario aprirsi con maggiore convinzione verso nuove aree del mondo, dall’Asia all’Africa, dove il vino può ancora crescere raccontando uno stile di consumo fondato su qualità, educazione e convivialità.
Il cambiamento climatico è la vera emergenza
Se c’è un tema sul quale i quattro protagonisti si sono ritrovati concordi è il climate change.
Per Fausto Maculan rappresenta la sfida più concreta e immediata. Le vendemmie anticipate, lo stress idrico, l’aumento delle temperature e le maturazioni accelerate stanno già modificando profondamente il lavoro in vigneto e il profilo stesso dei vini. Cambiano le condizioni climatiche, ma cambiano anche i gusti dei consumatori, sempre più orientati verso vini freschi, dinamici e meno strutturati rispetto ai grandi rossi del passato.
Il mercato evolve. E il vino, come ha ricordato Maculan, dovrà evolversi insieme ad esso.
Il Rinascimento del vino italiano
Uno dei momenti più intensi è arrivato quando Torcoli ha chiesto ai relatori quale fosse stato il momento più difficile della loro carriera.
Le risposte hanno restituito una prospettiva storica preziosa.
Antinori ha ricordato la trasformazione che ha portato il vino italiano dalla quantità alla qualità, definendola un vero “Rinascimento del vino italiano”, fatto di investimenti, innovazione, ricerca e coraggio imprenditoriale.
Boscaini ha ripercorso gli anni in cui l’Amarone cercava la propria identità internazionale, ricordando come proprio da quel periodo sia nato il Premio Masi, simbolo di una rinascita culturale prima ancora che commerciale.
Maculan ha raccontato quanto sia stato difficile far conoscere il territorio di Breganze, trasformando un’area quasi sconosciuta in una realtà riconosciuta dagli appassionati di tutto il mondo.
Un premio che racconta un’intera carriera
La giornata inaugurale si è conclusa con la consegna del Premio Khail 2026 a Marilisa Allegrini, figura simbolo dell’Amarone e protagonista dell’internazionalizzazione del vino italiano.
Come ha sottolineato Torcoli, Allegrini ha rappresentato nel mondo uno stile italiano fatto di eleganza, contenuti e capacità comunicativa, contribuendo in modo decisivo alla crescita dell’immagine del vino nazionale.
Più che una crisi, un cambio di linguaggio
Al termine del confronto rimane una sensazione precisa.
Nessuno ha negato le difficoltà: clima, consumi, mercati, burocrazia, tensioni internazionali sono problemi reali. Eppure il messaggio complessivo emerso da Cortina è tutt’altro che pessimista.
Il vino italiano ha già attraversato crisi più profonde. Ha saputo reinventarsi, passando dalla quantità alla qualità, conquistando il mondo con competenza e visione.
La sfida di oggi è diversa: riguarda non solo il modo di produrre vino, ma il modo di raccontarlo.
Ed è forse questa la lezione più importante dei “Tenori del vino italiano”: il futuro non si costruirà soltanto in vigna o in cantina, ma anche nella capacità di trasmettere alle nuove generazioni il valore culturale, umano e identitario racchiuso in ogni calice.







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