Per molti appassionati italiani il vino greco continua a essere associato alla retsina e ai vini sfusi che per anni hanno accompagnato le vacanze sulle isole dell’Egeo. Una visione che oggi appare superata da una viticoltura dinamica, capace di valorizzare il proprio patrimonio ampelografico e proporre vini fortemente legati ai territori di origine.
A raccontare questa trasformazione è Haris Papandreou, divulgatore e promotore della cultura enologica ellenica. “Parliamo del rinascimento del vino greco”, spiega. “Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta molti enologi formati in Italia e a Bordeaux sono tornati in Grecia e hanno contribuito a costruire una viticoltura moderna, partendo però dalle nostre radici”.
Il cambiamento è stato profondo. Se poco più di trent’anni fa le cantine greche erano poche decine, oggi il comparto può contare su migliaia di realtà produttive che stanno lavorando soprattutto sulla valorizzazione delle varietà autoctone.
“Il vino greco ha finalmente trovato la propria identità”, osserva Haris Papandreou. “Oggi si parla sempre più dei nostri vitigni e sempre meno di modelli da imitare”.
Oltre Santorini, una Grecia da scoprire
Sebbene Santorini rappresenti il simbolo internazionale del vino greco grazie all’Assyrtiko, il panorama produttivo del Paese è molto più ampio. Tra le aree più interessanti emergono Naoussa e Amyndeon, legate allo Xinomavro, Nemea con l’Agiorgitiko e Creta, dove il Vidiano sta vivendo una fase di crescente apprezzamento.
Accanto a queste denominazioni si stanno affermando territori meno conosciuti come l’Epiro, patria dei vitigni Debina e Vlachiko, e l’isola di Tinos, nelle Cicladi.
“Tinos è un territorio unico”, racconta Haris Papandreou. “I suoi suoli granitici e le condizioni climatiche dell’isola danno vita a vini che esprimono chiaramente il luogo da cui provengono”.
La forza della Grecia risiede soprattutto nella biodiversità viticola. Oltre 300 vitigni autoctoni rappresentano oggi una risorsa strategica e uno dei fattori che distinguono l’enologia ellenica nel panorama mediterraneo.
La lezione greca sul cambiamento climatico
L’altro grande tema che suscita interesse riguarda la capacità della viticoltura greca di affrontare condizioni climatiche difficili.
“La Grecia convive con la siccità da migliaia di anni”, sottolinea Haris Papandreou. “Le tecniche tradizionali di allevamento e il patrimonio genetico dei nostri vitigni possono offrire spunti interessanti anche ad altri Paesi produttori”.
Esempi significativi sono le forme di allevamento tradizionali dell’Assyrtiko a Santorini, pensate per proteggere i grappoli da sole e vento, e varietà come Assyrtiko e Xinomavro, capaci di mantenere freschezza e acidità anche in condizioni climatiche particolarmente severe.
“I vini greci di oggi sono sapidi, freschi e tesi”, afferma. “Non cercano di assomigliare ad altri vini. Esprimono il loro carattere e il loro territorio”.
Un patrimonio ancora poco conosciuto in Italia
Nonostante la vicinanza culturale e geografica, il vino greco continua a essere poco presente nelle abitudini di consumo italiane.
“Siamo ancora legati al ricordo della vecchia retsina e del vino sfuso”, osserva Haris Papandreou. “Ma quando le persone assaggiano il vino greco contemporaneo spesso cambiano idea”.
In particolare, sono i consumatori più giovani a mostrare curiosità verso varietà dai nomi poco familiari come Xinomavro, Agiorgitiko, Mavrotragano o Vidiano. Un interesse crescente che potrebbe favorire una maggiore diffusione delle produzioni elleniche anche nel mercato italiano.
Per conoscere da vicino questa nuova realtà enologica, il prossimo 31 ottobre Firenze ospiterà la quinta edizione del Greek Wine Day, in programma all’Hotel Albani. L’evento, ideato da Haris Papandreou, riunirà produttori provenienti da Grecia e Cipro offrendo al pubblico e agli operatori del settore l’opportunità di approfondire un panorama vitivinicolo in rapida evoluzione.




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