Nel corso della mia intervista con Francesco Sorelli, autore de La molecola della civiltà (Davide Falletta Editore), ho esplorato un tema che attraversa millenni: il vino come specchio dell’uomo. Gli ho chiesto se il vino ci renda più civili o più umani, e la sua risposta ha subito aperto una prospettiva chiara: “Il vino è un riflesso dell’uomo”. Una frase che sintetizza l’intero impianto del suo libro, dove la bevanda non è mai solo prodotto agricolo, ma elemento culturale, simbolico e sociale.
Sorelli ricorda come la storia del vino sia segnata da una doppia natura. “Il vino ci rende umani perché ci fa sentire come animali e pensare come divinità”, afferma, richiamando la figura di Dioniso e quella meno nota di Acratos, demone del vino non condiviso. “Nel convivio è danza e felicità, nell’isolamento diventa un capro maledetto”. Una visione che attraversa miti, religioni e comportamenti quotidiani.
Quando affrontiamo il tema dell’alcol, Sorelli non si nasconde: “Il vino è una bevanda alcolica e come tale fa male”. Ma aggiunge che il contesto culturale della tavola italiana ne modifica profondamente l’impatto: “Inserito in una dieta equilibrata e in un ambiente pacifico, il vino viene metabolizzato meglio”. Richiama il concetto greco di leocrasia, la giusta misura, come chiave per un consumo consapevole. “Io credo nella giusta dose, anche se la scienza non ha ancora un verdetto definitivo”.
Parlando di identità, Sorelli si sofferma sulle radici familiari e sociali: “Il vino è un ancoraggio. È mio nonno e mia nonna dopo una giornata nei campi, è il fiasco che passa di mano in mano”. Ricorda anche l’emigrazione italiana negli Stati Uniti: “Gli italiani non parlavano inglese, ma sapevano insegnare il rito della tavola. Quel fiasco dietro Lilli e il Vagabondo è un pezzo di identità che nessuna pubblicità può eguagliare”.
Gli chiedo se una società che smette di condividere il vino rischi di perdere qualcosa. La risposta è diretta: “Sì, perché il vino è un linguaggio. Non è tradizione polverosa, è identità viva”.
Parliamo poi delle nuove tendenze: orange, pet-nat, vitigni resistenti, low alcohol. Sorelli è aperto: “Il vino come lo intendiamo oggi è un fenomeno contemporaneo. Fino agli anni Settanta era un prodotto di massa, spesso mediocre. L’innovazione non tradisce la tradizione”. Aggiunge che la biodiversità italiana offre possibilità quasi infinite: “Ogni uva ha i suoi profumi. È affascinante vedere come l’uomo abbia saputo trasformare un frutto in un linguaggio sensoriale”.
Chiudiamo con una frase che per lui è un orientamento personale e culturale, tratta da Lorenzo il Magnifico: “Chi vuole essere lieto, sia”. Un invito che Sorelli considera un monito quotidiano: “Predico bene e razzolo male, ma quella frase mi ricorda che la felicità non va aspettata”.
Un pensiero che restituisce, ancora una volta, l’umanità del vino.





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