L’export di vino italiano segna un nuovo arretramento: nel primo quadrimestre 2026 il settore registra un -15,4% a valore, dopo la chiusura del 2025 a -9,2%. Il primo trimestre aveva già evidenziato un -8,3%, confermando una tendenza negativa che colpisce soprattutto gli Stati Uniti, primo mercato di riferimento.

Nel corso dell’Assemblea nazionale a Roma, il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti, ha illustrato l’impatto del rallentamento oltreoceano. Da aprile 2025 a marzo 2026 le esportazioni verso gli Usa sono diminuite del 17%, con un gap stimato in circa 340 milioni di euro. “La tesi che gli americani non rinunciano ai nostri prodotti è sempre più difficile da sostenere”, ha dichiarato, ricordando che anche altri comparti del made in Italy – alimentare, meccanica e mobile – stanno affrontando difficoltà analoghe.

Secondo l’Osservatorio Uiv, il quadro è condizionato da tre fattori principali: dazi, svalutazione del dollaro e calo strutturale dei consumi di vino negli Stati Uniti, in diminuzione da cinque anni. Una trasformazione che, per Federico Petroni, coordinatore America di Limes, riflette un cambiamento più ampio della composizione sociale del Paese. “Il tramonto dei baby boomer porta nuovi riferimenti culturali e pubblici diversi”, ha spiegato, indicando la necessità di ripensare linguaggi e strategie di comunicazione.

Sul fronte tariffario, Alfredo Conte, vice direttore generale per l’Europa, ha ricordato che la scadenza del regime temporaneo della Section 122 del Trade Act non dovrebbe modificare sostanzialmente l’impatto delle misure, che resteranno entro il 15%. Il presidente di Ita‑Italian Trade Agency, Matteo Zoppas, ha sottolineato l’impegno nel rafforzare la promozione del vino italiano negli Usa, anche attraverso Vinitaly.USA e nuovi accordi commerciali.

In assemblea è emersa inoltre la necessità di ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici e regolatori, valorizzando il mercato europeo, cresciuto del 31% negli ultimi sei anni. Secondo Carlo Alberto Carnevale Maffè, la frammentazione normativa dell’Ue rappresenta un costo rilevante: “Nel solo agroalimentare vale 57 miliardi di euro”, ha affermato.

I numeri delineano un settore che deve leggere con precisione gli scenari e consolidare la presenza nei mercati più stabili.

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