Ci sono viaggi che iniziano con una partenza. Altri, curiosamente, somigliano più a un ritorno.

Arrivare a Tarquinia (VT) da Volterra (PI), per chi come me vive il vino non soltanto come bevanda ma come linguaggio del territorio, ha avuto qualcosa di stranamente familiare. In fondo venivo da Velathri e arrivavo a Tarchna. Da una città etrusca a un’altra. Da una delle protagoniste dell’antica Dodecapoli a un’altra delle sue grandi capitali. Qualche centinaio di chilometri oggi, una stessa civiltà tremila anni fa.

E soprattutto un elemento che allora, come oggi, continua a unire questi territori: il vino.

Così il mio viaggio al DiVino Etrusco di Tarquinia è iniziato ancora prima di mettere il naso nel primo calice. Perché questa volta non ero soltanto un sommelier invitato a degustare vini e visitare cantine. Ero, concedetemi per una volta la licenza, un Etrusco di Volterra in visita agli Etruschi di Tarquinia.

Ho cercato qualcosa di diverso: non soltanto profumi, acidità, tannini, sapidità o persistenze. Ho cercato di capire quanto di questa terra riesca ancora oggi a entrare dentro un bicchiere. Quanto il mare, la luce, il vento, la Maremma laziale, e soprattutto una storia vitivinicola millenaria, riescano a diventare vino.

Il DiVino Etrusco, arrivato nel 2026 alla sua ventesima edizione, è stato la cornice ideale per provare a scoprirlo. Per sette serate il centro storico di Tarquinia si è trasformato in un percorso enoico a cielo aperto, riunendo decine di aziende e oltre cento etichette. La Dodecapoli è tornata così idealmente a incontrarsi intorno al vino: Tarquinia (VT), Arezzo, Bolsena (VT), Cerveteri (RM), Chiusi (SI), Cortona (AR), Orvieto (TR), Perugia (PG), Piombino (LI), Veio (RM), Volterra (PI) e Vulci (VT).

Territori oggi differenti che per qualche giorno hanno ritrovato nel calice un antico linguaggio comune.

Nelle vigne di Tarchna

Per comprendere davvero ciò che la sera sarebbe finito nei bicchieri serviva fare il percorso inverso. Uscire dalle strade di Tarquinia. Andare verso le vigne. Entrare nelle cantine. Stringere le mani di chi quei vini li produce.

Perché prima del vino viene sempre la terra. E prima della terra, qualche volta, viene la sua storia.

Il press tour organizzato in occasione del DiVino Etrusco è diventato così un viaggio dentro il viaggio. Realtà diverse per dimensioni, storia e filosofia produttiva, capaci però di mostrare una caratteristica interessante del territorio tarquiniese: qui sembra difficile rinchiudere l’identità enologica dentro un solo vitigno o un’unica interpretazione.

Montepulciano, Syrah, Pinot Bianco, Vermentino, Petit Verdot, Malvasia, orange wine, rifermentati. La diversità, più che un limite, sembra essere una delle cifre di questo territorio.

Casale Poggio Nebbia – Cantine Primaluce 

La prima immagine è quella di una collina sospesa tra i Monti della Tolfa (RM) e il mare. Casale Poggio Nebbia affonda le proprie radici in una storia agricola familiare lunga generazioni e oggi, con Cantine Primaluce, porta nel bicchiere le uve provenienti dai vigneti aziendali.

Tra gli assaggi mi rimane Gemma, rosato da Montepulciano d’Abruzzo: fresco, immediato, piacevole, contemporaneo. Un vino che punta dritto sulla bevibilità.

Tenuta Sant’Isidoro 

Con Tenuta Sant’Isidoro arrivano due assaggi molto differenti:

Soraluisa, Pinot Bianco sorprendente, capace di mettere in discussione qualche certezza geografica. Soremidio, Montepulciano d’Abruzzo in purezza: complessità, intensità e struttura per un rosso che racconta il lato più scuro e mediterraneo della terra.

Terre Giorgini Santa Maria – quando la terra diventa dispensa

Azienda familiare che coltiva e trasforma i frutti delle campagne: uva, ortaggi, frutta, mandorle, carciofi. Una piccola filiera agricola completa.

Tra i vini, Nasso, Syrah in purezza: convincente, mediterraneo, territoriale. Un tassello che mostra come l’identità non risieda in un unico vitigno, ma nella terra e nei modi di trasformarla.

Vinaio 98.3 – il vino in giardino

Vigneto e biodiversità dialogano accanto a un giardino botanico. Qui nasce Antillo, un orange wine affascinante: materia, carattere, personalità. Un vino che chiede tempo e attenzione.

Etruscaia – scendere nel passato, bere il presente

Una cantina che materializza il rapporto con il mondo etrusco: ambienti che richiamano l’architettura funeraria, terra e memoria.

Poi la luce, e il vino:

MLV54, Malvasia rifermentata: giovane, fresca, dinamica. Otto, sperimentazione e territorio che dialogano.

Muscari Tomajoli – tre vitigni, tre identità

Tre vitigni, tre interpretazioni:

  • Nethun, Vermentino: rapporto con il mare, capacità di evolvere.
  • Pantaleone, Petit Verdot: interpretazione inconsueta e sperimentale.
  • Aita, Montepulciano: concentrazione, profondità, struttura.

NUMA – quando il vino cambia voce

Alla Distilleria NUMA il racconto passa attraverso l’alambicco: rame, distillazione, legno, tempo. I brandy, pluripremiati, chiudono simbolicamente il percorso: l’uva trasformata dal fuoco e dal tempo. Il vino non scompare: cambia voce.

Una Lectio Magistralis. Anzi, no.

Bisognava tornare agli Etruschi, al Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia (VT), per un incontro sul Simposio e il Convivio. Una Lectio Magistralis non Lectio Magistralis: mentre si raccontava il vino etrusco, alcuni vini venivano versati e degustati.

Da Tarchna a Velathri

Alla fine arriva sempre il momento di tornare. Da Tarchna a Velathri, con storie, volti e calici in più.

Tarquinia non sembra avere bisogno di costruire artificialmente una propria identità enologica: deve continuare a cercarla nella propria diversità.

Pinot Bianco e Syrah. Vermentino e Montepulciano. Petit Verdot e Malvasia. Orange wine e rifermentati. Vini immediati e vini capaci di aspettare. Persino distillati.

Non un unico vitigno: una polifonia di una stessa terra.

Una terra affacciata sul mare, attraversata dal vento, illuminata da una luce mediterranea e appoggiata sopra tremila anni di storia.

Il vino continua a fare ciò che faceva allora: mette in comunicazione uomini e territori.

E così, per qualche giorno, Tarquinia e Volterra sono tornate vicine. Tarchna e Velathri. Tremila anni di storia in mezzo. E ancora una volta, inevitabilmente, un calice a unirle.

Michele Nasoni
Era il 1972, annata tragica in tutta Italia per il vino, eppure nacqui io. Allevato a latte e Sangiovese, pane vino e zucchero, nel 2010, fu per me un piacere, oltre che un onore, diventare sommelier. Dal 2016 inizia a scrivere sul mio blog ed oggi eccomi qua!