Per Gian Andrea Tinazzi il vino non è un mestiere, ma una traiettoria di vita. È memoria custodita in bottiglia, è coerenza stilistica contro le mode passeggere, è passione che attraversa generazioni. Nelle sue parole si intrecciano annate lontane, scelte tecniche meditate e un’idea di futuro che non teme il cambiamento. Questa intervista racconta il percorso di un uomo che ha trasformato il vino in un impegno quotidiano, fedele e visionario.
In un dialogo diretto e senza artifici, Gian Andrea Tinazzi, titolare delle Cantine Tinazzi, ripercorre la sua storia e la sua filosofia produttiva, offrendo uno sguardo lucido sul passato e sul futuro del vino.
La cantinetta dei Pregi: un archivio del tempo
“Abbiamo una cantinetta. La chiamiamo I Pregi… lì abbiamo le annate migliori di tutti i nostri vini… ’88, ’90, ’92, ’95… e oggi abbiamo portato la ’97…”.
I Pregi non è solo una cantinetta: è un archivio del tempo. Ogni bottiglia custodisce un anno, un clima, una scelta. Aprirne una significa attraversare una soglia, ritrovare un profumo che ha viaggiato per decenni, ascoltare un sorso che racconta la mano di chi lo ha creato e la pazienza di chi lo ha atteso.
Stile e bevibilità: la rotta scelta
Il mondo del vino cambia, i climi mutano, gli stili si trasformano. Tinazzi, però, resta fedele alla sua idea: “Il percorso nostro è sempre lo stesso, dal ’97 ad oggi pressappoco lo stile è quello: fare vini bevibili, che non siano concentrazioni… perché le concentrazioni sono certe volte superflue e senza risultati organolettici. L’importante è avere sempre la barra dritta sulla qualità”.
Per lui il vino non è una prova di forza. Non è muscolo tannico né alcol che impone. È equilibrio, armonia, riconoscibilità. È la voce del territorio che parla senza urlare. Una scelta controcorrente, che privilegia la leggibilità del vino e la sua eleganza naturale.
Dallo scantinato al mondo: una vita di passione
“Sono partito nel ’68 con mio padre da uno scantinato. Avevo 18 anni e ancora qui sto assaggiando, provando, l’emozione del vino…”.
La storia di Tinazzi è fatta di fatica, sogno e tenacia. Un percorso che parte da un locale umido e arriva a toccare territori diversi, dalla Toscana alla Puglia fino al cuore del Veronese. Ma non è il successo economico a definire questo viaggio: è la fedeltà a un’idea di qualità condivisa. “Abbiamo un enologo, Giuseppe Gallo, che da trent’anni si occupa della qualità e sono orgoglioso di averlo al mio fianco”. Non una squadra, ma una famiglia. E nel vino, questo si percepisce.
Il futuro come opportunità
Quando si parla di futuro, Tinazzi non esita: “Un’opportunità! Ne ho passate molte… l’importante è avere fiducia nel nostro prodotto e nel consumatore”.
E arriva la provocazione: il vino dealcolato. Non un’eresia, ma una nuova porta. Tinazzi ricorda che il mondo ha iniziato a bere vino anche grazie al Lambrusco frizzantino. Oggi la storia si ripete con altre chiavi. Le nuove tendenze non vanno demonizzate: vanno comprese, osservate, interpretate. Perché il vino è un linguaggio, e ogni epoca trova il suo modo di pronunciarlo.
L’appello ai giovani: professionalità e passione
“L’agricoltura bisogna farla con un principio di altissima professionalità. Non è più: faccio un vino e va bene. Qui dietro c’è un’equipe di persone che controllano questo vino e lo fanno progredire fino alla piacevolezza. La piacevolezza è data dall’esperienza: per fare un buon enologo non bastano due o tre anni, servono dieci anni… Io è una generazione che c’ho messo per arrivare qui. Ci vuole fatica, che però non è fatica… è passione”.
La passione, per Tinazzi, trasforma il lavoro in vocazione. Non si diventa vignaioli per caso, né si crea un grande vino con un colpo di fortuna. Si studia, si sbaglia, si impara. Si ascolta la terra e si accetta di farsi guidare.
E allora, la prossima volta che si alza un calice, vale la pena fermarsi un istante. Dentro quel sorso c’è una storia: di uomini, di vendemmie, di scelte. E forse, anche un frammento del futuro che ci attende.





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