TastingGreve, come lo abbiamo vissuto noi

Nel Weekend del 7 e 8 Maggio si è svolto a greve il primo evento organizzato dall'associazione Viticoltori di Greve in Chianti: Tastingreve. I Sommelier Lia Lachi, Tommaso Vincenti e Marco Morelli hanno visitato alcune delle aziende partecipanti, e raccontanto la loro esperienza, senza filtri

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Sabato 7 maggio, ora di pranzo, splendida giornata, non troppo caldo, non freddo, temperatura ideale. Come si dice in questi casi, è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo: si lascia la famiglia per uscire da soli a bere. E già così, potrebbe concludersi degnamente qualsiasi discorso degustativo sull’evento Tastingreve: tutti promossi!

Ma cerchiamo di essere seri, dopotutto, ripeto, è un lavoro. Avercene.

Ci ritroviamo in piazza a Greve per recuperare gli strumenti del nostro mestiere: un bicchiere, la tracollina da degustatore ambulante e una mappa dei luoghi, che a fine serata si rivelerà molto utile. Anche perché al suo interno è presente il “gioco dell’Oca” delle visite, se arrivi almeno a 5 ti regalano una bottiglia, se le finisci tutte ti nominano Eroe Nazionale e Cavaliere del Lavoro, direttamente.

Nella piazza principale di Greve si respira voglia di libertà e di ripartenza. E a ripartire è stato il Chianti Classico con Tastingreve, e le aziende dell’associazione Viticoltori di Greve in Chianti che per due giorni ci hanno aperto le porte delle loro cantine raccontandosi attraverso il vino.

Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare alcune delle loro storie raccontate da differenti punti di vista, proprio dalle persone che il vino lo vivono ogni giorno in prima persona, in ruoli complementari ma diversi.

Savignola Paolina, il racconto di Luzius

Arrivo quasi per caso a Savignola Paolina. Mi è stata suggerita dal mio amico e collega sommelier, parlandone con tale entusiasmo che desidero saperne di più e vado con lui. La location è molto bella, una terrazza intima ed elegante affacciata sui vigneti. Il proprietario da buon padrone di casa si siede accanto a noi, e inizia a raccontarci la storia di questa incredibile donna del vino. Paolina Fabbri Curcio fu una donna intraprendente e innovativa che nei primi del novecento si guadagnò un posto nel mondo del Chianti Classico. Basti pensare che fu la prima donna ad entrare nel Consorzio. Nella storia del territorio è con lei che la cantina ha avuto un ruolo e un nome: il suo. Ci parla poi di Ludovica Fabbri, pronipote di Paolina e altra donna chiave dell’azienda: insieme a lei Luzius e la moglie Manuela portano avanti il progetto iniziato da Paolina tanto tempo fa.

IL VINO DA SEGNALARE

Chianti Classico DOCG Riserva Paolina

Annata 2018, il nome è ovviamente una dedica a lei, Paolina. Uve Sangiovese e Colorino raccolte a mano e selezionate dai vigneti che hanno migliore esposizione, affinamento classico toscano in botti di rovere da 2.000/3.000 lt. In bottiglia dal 2018. Rosso rubino con una punta di granato, al naso ciliegia matura, marasca; in bocca buon corpo e buona struttura, tannini presenti ma già molto integrati, richiami alle spezie, e un finale lungo e persistente.

Pieve di San Cresci

Cambio zona, andiamo a nord/ovest, cambiando anche versante. Decidiamo di privilegiare per il momento piccole aziende e ci fermiamo da Pieve San Cresci, dove mi accoglie la figlia del titolare. Abbiamo con lei e con suo padre (che sopraggiunge di lì a poco) una interessante chiacchierata dal punto di vista del piccolo produttore che cerca di barcamenarsi fra gli effetti devastanti causati da questa maledetta guerra in Ucraina sui costi delle materie prime: trovare il vetro risulta essere una impresa, ma anche per i cartoni, le capsule e tutto il resto, diventa molto difficile.

I vini che mi presentano risultano penalizzati, loro malgrado, da un recentissimo imbottigliamento (appena 2 settimane), quando in realtà, secondo i piani, sarebbero dovuti già essere imbottigliati da diversi mesi. Anche queste sono quindi casualties, “vittime” di guerra loro malgrado.

Loro, come anche altri durante il percorso, risultano non avere ancora ben chiaro questo nuovo concetto di U.G.A. e forse nemmeno ne sono interessati.

Ci sarà, davvero, molto da lavorare ancora su questo fronte.

Vignamaggio, il racconto di Mirko

Arrivo a Vignamaggio e ad accogliermi è Mirko, come si descrive lui stesso, il Cantiniere. Che in cantina lavora con le proprie mani. La cantina la vive, la respira, la osserva da dentro nel corso delle stagioni. Iniziamo a camminare in mezzo ai grandi tini d’acciaio, nella cantina di fermentazione. La sala è impeccabile, il pavimento perfetto. Mi dice che tra qualche mese non sarà così, e che quando arriverà la vendemmia ci saranno giorni in cui si camminerà letteralmente sui chicchi d’uva. Da questi tini luccicanti dopo due settimane di fermentazione il mosto passa alle vasche di cemento dove avviene la malolattica. Mi porta infine nella storica cantina di invecchiamento dove il vino riposa almeno due anni a temperatura naturale.

Mirko è qui da 25 anni. Ha iniziato venendo a vendemmiare. Un tempo noi ragazzi che abitavamo in zona di vini per guadagnare qualcosa andavamo a vendemmiare, io stessa cresciuta nel Chianti Rufina a mio tempo l’ho fatto. Ma tornando al Chianti Classico e a Mirko, il modo in ci descrive i vari luoghi di produzione e conservazione del vino, i tini e le botti mi affascina. Ne parla in modo familiare.

“Oggi abbiamo riaperto dopo quasi tre anni”, mi dice… “da oggi si riaprono le danze”…poi mi racconta un po’ la storia di Vignamaggio, delle storiche famiglie Gherardini e Gherardi, e della famosa Monna Lisa che pare essere vissuta qui, e alla quale è dedicata la Gran Selezione. Gli chiedo com’è l’annata in corso e mi dice, bellissima… “non come quella passata. Due settimane d’estate a febbraio, la vite iniziò a germogliare, e poi il gelo. Vennero accesi i fuochi di notte in vigna e il Chianti divenne quasi Borgogna…  ma alla fine il 30% in meno prodotto. Se non ci fosse stata la pandemia e il mercato non si fosse fermato non avremmo prodotto abbastanza rispetto alla richiesta”. Tante altre domande gli avrei voluto fare, ma “non a tutto si può rispondere”, mi confessa sorridendo… “sai, i segreti del cantiniere…”.

IL VINO DA SEGNALARE

Chianti Classico DOCG Gran Selezione Monnalisa 2017

90% Sangiovese, 5% merlot e 5% Cabernet Sauvignon. In bottiglia minimo 6 mesi. Vigneto selezionato, esposto meglio al sole, arieggiato, grappoli  così belli che “sembrano finti”. Sangiovese che affina in botti di rovere di 1500lt, Merlot e Cabernet in barriques.  Frutta molto matura, marasca, mirtilli, sentori balsamici quasi mentolati, anche qui il tabacco. In bocca molto pieno, morbido, mantiene una freschezza che rende piacevole la beva, speziatura sul finale molto persistente.

Castello di Verrazzano

La persona che mi ha accolto nel Wine Shop stava nel frattempo servendo un susseguirsi di persone e facendo un check in per l’agriturismo…  “in questo momento non posso starti dietro”. Rimango stranita ma non lo biasimo, perché in effetti si stava occupando di tante, troppe cose simultaneamente. Peccato. Un consiglio umile e sincero: l’evento meritava forse una persona in più. Lo ringrazio comunque, e degusto il vino all’esterno, in mezzo al verde, un enorme tappo disteso davanti a me.

IL VINO DA SEGNALARE

Chianti Classico DOCG “Castello di Verrazzano” 2018

95% Sangiovese. Rosso rubino intenso, profumi di ciliegia matura e una lieve speziatura. In bocca ritrovo la frutta, una leggera sapidità, le spezie. Acidità e tannini ancora ben presenti, forse ancora da integrare. Finale persistente.

Fattoria Santo Stefano, il racconto di Elena

L’azienda agricola Santo Stefano è gestita da oltre 50 anni dalla famiglia Bandinelli e deve il nome all’antico piccolo borgo che sul crinale di una collina alle pendici del monte Collegalle, pochi chilometri a Nord di Greve in Chianti. La fattoria, che produce principalmente Chianti Classico DOCG e olio EVO, dispone di 20 ettari di vigneti che crescono a 400 mt slm su suoli di medio impasto e questa loro particolare esposizione e ventilazione sono alcuni degli elementi chiave per la realizzazione di prodotti di qualità.

“Nostro padre Mauro Bendinelli, avvocato originario di Certaldo, ha acquistato la tenuta, composta dal borgo, il bosco con l’oliveta e le vigne, nel 1961 e nel 1963 è entrata nel Consorzio Chianti Classico, siamo orgogliosi di far parte delle aziende storiche del Chianti Classico” – mi racconta Elena“Negli anni abbiamo reimpiantato nuovi vigneti, ci siamo inoltre occupati della riorganizzazione aziendale, con un enologo, dei tecnici che ci affiancano nel lavoro e siamo intervenuti sia da un punto di vista tecnologico in cantina, rinnovando la parte di vinificazione che quella di affinamento, ma soprattutto investendo sui vigneti. Oltre a questo, abbiamo anche puntato sulla vendita diretta e sull’agriturismo, ma anche sull’export in particolare con l’America e la Germania.”

IL VINO DA SEGNALARE

Chianti Classico Riserva DOCG “Il Drugo” 2018

Colore rosso rubino intenso con sfumature tendenti al granato, al naso sprigiona una grande carica aromatica di frutta matura e confettura di frutti il bosco, segue cuoio e tabacco da pipa. Il vino è robusto ma estremamente morbido con tannini e acidità bene equilibrati, chiude elegantemente con un finale su note tostate e vanigliate piacevoli e persistenti

Castello di Vicchiomaggio

Le tenute di Vicchiomaggio si estendono intorno all’omonimo castello che dalla vetta della collina domina la Val di Greve. L’Azienda, di proprietà della famiglia Matta dal 1970, oggi conta 35 ettari vitati a Sangiovese e una parte coltivata con varietà internazionali utilizzate per la produzione del Chianti Classico DOCG e alcuni interessanti IGT.

IL VINO DA SEGNALARE

Chianti Clsssico Riserva DOCG “Agostino Petri” 2018

Dal colore rosso granato intenso al naso sprigiona note fruttate evolute a seguire confettura e spezie. Al palato   è caldo e avvolgente con tannini fini e vellutati. Colpisce per la struttura, la complessità aromatica e il perfetto equilibrio di tutti gli elementi. Sul finale, lungo e persistente, escono con delicatezza richiami di frutta candita, cuoio e tabacco.

Villa Calcinaia, il racconto di Gea

Entro nel Wine Shop e incontro una ragazza il cui nome ricorda la terra: Gea: è stata scelta personalmente dal Conte, come tutte le persone che lavorano con lui. Molto solare e sorridente inizia col raccontarmi di una famiglia che ha addirittura mille anni di storia. I primi documenti della famiglia Capponi sono risalenti al 1100. In origine mercanti della seta, poi furono i primi che qui allevarono pecore per produrre lana, nel 1500 divennero banchieri, che ereditarono la villa e i suoi vigneti come forma di riscossione. Le chiedo qualcosa in più sul Conte. Che non so perché raffiguro in un signore anziano e austero. Il famoso Conte Sebastiano al momento è in America. Ma non fatevi come me un’idea sbagliata: lui non è né anziano né austero, e segue in prima persona ogni cosa qui a Villa Calcinaia. Come ci dice Gea ci tiene a partecipare in prima persona agli eventi più importanti della sua azienda. Il suo non è solo un nome, lui è Villa Calcinaia, lui è il suo

IL VINO DA SEGNALARE

Chianti Classico Riserva DOCG “Villa Calcinaia” 2017

100% Sangiovese, selezione delle uve migliori nei vigneti più soleggiati, rosso rubino evoluto, al naso una bella frutta matura, sentori di spezie e cuoio. In bocca è strutturato, avvolgente, ritornano le ciliegie mature e le spezie, piacevolmente tannico e fresco. Finale lungo e persistente.

Montecalvi, il racconto di Jaqueline

Montecalvi Winery è una piccola realtà alle porte di Greve, non in collina come di consueto ma a fondovalle. Anche qui arrivo per caso. La conoscevo solo di nome. Un angolo di mondo meraviglioso: di una bellezza disarmante. Mi accoglie Jaqueline Bolli, ex proprietaria. La sua voce è dolce e rassicurante. Papà Umbro e mamma Inglese, tuttora collaboratrice e parte integrante dell’azienda. In braccio a lei Milly, mascotte e guida della cantina.

IL VINO DA SEGNALARE

Chianti Classico DOCG Riserva 2019

Rosso rubino scarico, alla vista ricorda addirittura un pinot nero. Al naso profumi di frutti rossi freschi, iris, mammole, viole. In bocca è una ciliegia succosa, fresca, è un Chianti elegante, quasi femminile.

Montefioralle, il racconto di Lorenzo e Manila

Montefioralle, azienda a conduzione familiare fondata dalla famiglia Sieni, ci è stata raccontata proprio da Lorenzo Sieni e sua moglie Manila. Seduti sotto un bellissimo gazebo in mezzo ai vigneti verdi di maggio e con vista sul borgo antico, ci siamo sentiti subito a casa. L’aria di famiglia qui si respira ovunque, il calore e la spontaneità con la quale siamo stati accolti    è incredibile.

Siamo in tre adesso, con me il mio amico, che avevo lasciato al suo giro qualche ora prima e il terzo del gruppo anche lui sommelier, che ci ha raggiunti per il gran finale. Alla sua domanda: “cosa contraddistingue Montefioralle rispetto alle altre zone?” Lorenzo risponde che la componente fondamentale è il carbonato di calcio. Da Villa Calcinaia (come dice il nome) salendo fino a qui troviamo calcare ovunque. Unito ad alberese, e poi argilla e sabbia nelle zone più basse.

E il calcare da sicuramente un vino che nelle soprattutto nelle annate non troppo calde non è incentrato solo sulla frutta come in altre parti della valle, ma anche note floreali, vegetali, che posi evolvono in sottobosco, potpourri, vitalba.

Altra caratteristica importante del vino di questa zona è la spiccata mineralità.

IL VINO DA SEGNALARE

Montefioralle Vin Santo del Chianti Classico 2017

Mi ha colpito davvero piacevolmente. Le uve vengono fatte appassire non distese sui graticci ma appese tramite appositi ganci. Tre anni nei caratelli e quello che ne risulta è un Vin Santo fresco, gioviale, anch’esso contraddistinto da sentori minerali e sapidi che lo rendono molto piacevole a fine pasto, ma anche molto versatile in altri abbinamenti.

Corte di Valle

Mi fermo a Corte di Valle, perché mi aveva incuriosito il loro approccio al vino. E non rimango deluso. Ci tengono subito a sottolineare che i loro vini sono “come si facevano un tempo”, perché il contadino beveva per necessità di calorie, ma non doveva ubriacarsi prima di tornare a lavoro! E quindi eccolo il Chianti Classico come una volta (anche se oggi etichettato I.G.T.), da ricetta del Barone Ricasoli, Sangioveto a farla da padrone e Trebbiano in aggiunta. In realtà era inizialmente Malvagìa l’uva a bacca bianca usata per mitigare il Sangioveto, poi però fu aggiunto appunto anche il Trebbiano. Interessantissimo quindi questo “Le Vin Mazzoni”, igt da 90% Sangiovese e 10% Trebbiano, 12 gradi. E come va giù! Stessa filosofia per i loro due Chianti Classico “veri” in degustazione; anche se 100% sangiovese, son vini da bere, non da aspettare.

Borgo di Sugame e Castello di Querceto

A questo punto, per confondermi ulteriormente un po’ le idee, cambio nuovamente versante e mi dirigo verso est, Castello di Querceto per l’esattezza, l’unica grande azienda del mio tour. Ma salendo, mi fermo prima all’Antico Borgo di Sugame, un posto incantevole, con una vista mozzafiato sulla valle. Loro sono gentilissimi, io invece inizio a essere un po’ stanco. Oltretutto, mi stravolgono nuovamente le idee sul Chianti Classico, su Greve, su tutto. Partiamo da uno stile moderno e innovativo di Savignola Paolina, passando poi per i Chianti Classico “come una volta” di Corte di Valle, mentre qui torniamo allo stile dei primi anni del 2000, con la barrique che torna a farla da padrona, anche sulla versione annata, e si sente.

Ritrovo continuità nell’uso delle barrique dei vini di Castello di Querceto, con la conferma di quel tocco di internazionalità che immaginavo. Finisce qui la mia prima parte di viaggio nel territorio di Greve, torno in piazza, mi faccio un paio di assaggi al banco perché chi abbandona la lotta lo sappiamo tutti chi è, o no? Leonardo Manetti e Ottomani mi dissetano e si lasciano bere con piacevolezza. Un meritato riposo, un panino al volo e si riparte, per l’ultima tappa della nostra giornata. Non dopo esserci però riuniti con il resto della truppa, perché si parte in compagnia e si finisce in compagnia.

testi di:

  • LIA LACHI
  • MARCO MORELLI
  • TOMMASO VINCENTI
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