È quasi sera, sono a Roma, appena uscita dalla Galleria Borghese. Cammino per via Lazio, una traversa di via Veneto e la prima cosa che noto è il nome su un’insegna: Albertina. Mi colpisce perché è un nome antico, quasi scomparso e lo portava una persona di famiglia che mi era molto cara, una sorella di mio padre bella e leggera come una libellula.

Ma oltre al nome, è proprio l’aspetto del negozio che agisce come un magnete su di me. La scritta è vintage, anni ’60, fluida come il filo di un gomitolo che si srotola.

Atelier Albertina High Fashion: è chiuso, ma riesco a intravedere l‘interno dalle vetrine. Splendidi abiti e cappotti in maglia sui manichini, alle pareti foto in bianco e nero di Liz Taylor e di altre divine. Per oltre dieci minuti rimango letteralmente appiccicata al vetro, con le mani a coppa per riuscire a vedere meglio, mentre la guardia giurata che sorveglia il palazzo di fronte mi sta osservando perplessa. Mi interessa poco, mentre mi interessa parecchio questo ambiente anomalo, che non concede nulla ai canoni del lusso della boutique contemporanea, ma proprio per questo emana una personalità fortissima e modernissima.

Torno a casa decisa a scoprire di più su questo posto magico, scoperto per pura casualità. E viene fuori la storia di una carriera luminosa, che inspiegabilmente, al di fuori del mondo degli addetti ai lavori della moda, non è molto conosciuta. Riesco a contattare la sorella, la signora Maura, che insieme a sua figlia Gloria custodisce con amore il prezioso archivio di artigianato artistico di Albertina.

Di una gentilezza e disponibilità uniche, il giorno dopo Maura mi fa l’onore di aprire per me l’atelier, proponendomi di indossare alcune delle stupende creazioni della sorella. Un pomeriggio indimenticabile, passato ad ammirare trame e colori raffinatissimi e ad ascoltare gli aneddoti glamour delle sfilate e della via Veneto tappa romana obbligata del jet set.

Qui ha creato le sue meraviglie Albertina Giubbolini, che fu definita dalla stampa internazionale di settore la Coco Chanel del tricot. Nata a Colle Val d’Elsa nel 1921, si sposta prima a Napoli e nel 1952 a Roma, dove apre il suo primo laboratorio. Oltre che una delle pioniere del made in Italy, Albertina lo è stata anche del concetto di riuso e del nobilitare un materiale povero, come la lana. Durante la guerra infatti, giovanissima nella sua Colle, confeziona con la rudimentale macchina da cucire della mamma maglie e gonne, recuperando la lana di vecchi materassi e scialli, appassionandosi a questa fibra così antica e versatile.

Il suo talento la porterà alla sfilata del 1957 nella Sala Bianca di Palazzo Pitti e i suoi modelli senza tempo approderanno al Metropolitan Museum di New York. Maestra riconosciuta della creatività italiana, in sessant’anni di attività ha vestito di morbida maglia le donne più celebri del mondo.

Sono felice di aver scoperto Albertina proprio nel centenario della sua nascita, di aver conosciuto la storia di questa creatrice piena di talento, che ha dipanato il filo della sua arte facendo entrare la maglieria nell’olimpo dell’Alta Moda, ricevendo moltissimi riconoscimenti.

Per chi capita a Roma, via Lazio è un po’ fuori dalle rotte tradizionali, è una strada molto elegante ma appartata, non ci si passa se non lo si decide. Ma se si ha voglia di afferrare un frammento intatto della Roma dei gloriosi anni ‘50 e ‘60, che aveva in via Veneto il suo fulcro, la deviazione in questa sonnacchiosa traversa è un piccolo viaggio nel tempo. Non in pieno giorno, col sole a picco: molto meglio a fine pomeriggio, oppure la mattina presto, poco prima dell’apertura di negozi e uffici.

Rientrata a casa, ho aperto per affinità elettiva e non solo geografica un vino che come la signora Albertina viene dalla meravigliosa provincia di Siena: il Nobile di Montepulciano Riserva 2012 di Salcheto.

Salcheto viene da salco, l’antico nome del salice: con i suoi rami un tempo si legavano le viti… storie di intrecci e di nodi, storie che si fanno specchio una dell’altra. Anche nell’azienda guidata da Michele Manelli dal 1997 è evidente lo spirito d’avanguardia, il talento per il recupero virtuoso e la ricerca precisa della qualità: autonomia energetica, rispetto per il paesaggio, il territorio e la vigna. Prima azienda al mondo ad aver certificato la carbon footprint di una bottiglia di vino e che sintetizza la sua filosofia in una frase cristallina: “gestiamo l’ambiente, la nostra impresa più importante”.

Ricordo bellissimo della visita in cantina e della degustazione con le colline e il borgo di Montepulciano a far da sfondo.

Per definire questa riserva basterebbe un solo aggettivo. Metto le mani avanti: non è una forzatura per restare in tema, è proprio il suo identikit a nove anni dalla vendemmia e chiude il cerchio/gomitolo di questo piccolo viaggio virtuale nella mia Toscana: Avvolgente…

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