In occasione dell’evento enoico Saranno Famosi nel Vino ho conosciuto l’azienda vitivinicola Oxenfeld e dietro al banco d’assaggio c’era Valèrie Bossi Fedrigotti. La cantina si trova a Pomarolo (TN) in località Sant’Antonio, a poca distanza da Rovereto. Attualmente, gli ettari vitati sono 7 e mezzo. Valèrie ha gentilmente risposto alle nostre domande.

Come nasce la storia della vostra cantina e in che modo si è evoluta di fronte ai cambiamenti globali degli ultimi anni?

La nostra cantina, il progetto Oxenfeld, nasce come una sorta di spin-off della Conti Bossi Fedrigotti. Il mio desiderio, da agronoma, era quello di valorizzare un micro territorio in Vallagarina, più precisamente sulla collina di Sant’Antonio a Pomarolo. Mio nonno, con grande intuizione, aveva piantato qui delle splendide pergole di Pinot bianco, ben prima della nascita dei Trentodoc e dell’abitudine di usarlo come base spumante. Quando mi sono scorporata dall’azienda madre, con i miei 7,5 ha di campagna, ho voluto dare ascolto a queste intuizioni e dedicare una grandissima attenzione ai vini bianchi, freschi e minerali. Con la vendemmia 2024 abbiamo iniziato la nostra vinificazione indipendente. Ci avvaliamo della collaborazione di un enologo bravissimo e multi premiato (Nicola Biasi), con cui condividiamo la visione di produrre vini che non hanno bisogno di grande aggiunte: lavoriamo per sottrazione e lasciamo parlare il territorio, le uve e i terreni.

Che il vino debba un po’ cambiare linguaggio lo dicono in molti, ma non è facilissimo cambiare le teste di chi ha sempre lavorato con passione in questo settore. Dal canto nostro, desideriamo produrre vini freschi, diretti, verticali. Meno legno e più acciaio. Con Oxenfeld abbiamo stravolto un po’ anche l’immagine: siamo passati da etichette blasonate ad un’etichetta minimal, moderna, dai colori estivi, con una costellazione che racconta chi siamo e il tappo a vite. Dobbiamo essere pratici e non dispiacerci di riporre in frigo una bottiglia, per finirla il giorno dopo.

Quali varietà coltivate oggi e come le vostre scelte stanno dialogando con il cambiamento climatico e con le richieste dei mercati internazionali?

A oggi coltiviamo Pinot bianco, Pinot nero e Chardonnay per ottenere due Trento Doc: il primo più di pronta beva, sarà pronto in gennaio 2027, con 18 mesi sui lieviti; il secondo è una riserva di solo Pinot nero, prodotta solo in annate di eccezionale qualità. Poi abbiamo altro Pinot nero da rosso, un vigneto nuovo dell’anno scorso: gli diamo il tempo di entrare in piena produzione. In tutto avremo 4 etichette + una microproduzione di passito di Gewürztraminer.

Siamo in collina, per cui il clima ci affligge meno che in fondovalle. Gestiamo i vigneti secondo il disciplinare di agricoltura integrata e non siamo in una zona estremamente siccitosa. Alcuni vecchi vigneti non necessitano di irrigazione. Per il resto cerchiamo di essere rispettosi dell’ambiente: i caprioli che vengono a mangiare l’uva si tengono lontani con lana grezza; le concimazioni sono naturali; la biodiversità è altissima. Abbiamo un capo campagna meraviglioso, Roberto, il nostro pilastro: l’eroe sul trattore.

La produzione è piccola, circa 14.000 bottiglie. Il desiderio è crescere. I mercati internazionali non sono ancora il primo obiettivo, ma con bianchi e bollicine strizziamo l’occhio al Nord Europa e abbiamo suscitato interesse in Giappone. La sensazione generale è che il vino debba diventare più accessibile, senza mettere in soggezione chi non è un sommelier. Il Prosecco insegna. Non bisogna svendere il prodotto, ma nemmeno considerarlo un bene di lusso: rendiamo il piacere di un ottimo vino più democratico.

Quali trasformazioni prevedete nel mondo del vino nei prossimi anni?

L’accoglienza in azienda rimane il nostro punto forte. Siamo in un piccolo angolo di paradiso: le mie amiche di Bolzano chiamano la mia azienda “la piccola toscana” per via della casa in pietra, dei cipressi secolari, della chiesetta del 1200.

Abbiamo collaborato con il Liceo Steam di Rovereto: i ragazzi hanno sviluppato progetti innovativi per Oxenfeld, dal distributore automatico intelligente al visore esperienziale, fino al videogioco che si attiva acquistando una bottiglia. Abbiamo capito che i produttori di vino devono dialogare con altri settori e lasciarsi contaminare da visioni nuove.

Seguo con curiosità l’avvento dei droni che rilevano focolai di malattie, permettendo trattamenti mirati. In ultimo, Nicola Biasi è l’enologo delle varietà PIWI: credo sia una direzione intelligente e piena di stimoli. Forse tra qualche anno usciremo con la quinta etichetta Oxenfeld PIWI.

Qual è stata l’ispirazione che vi ha avvicinato alla viticoltura?

Ho studiato Scienze Agrarie a Bologna, poi un Dottorato di Ricerca in Management dell’ambiente montano con una tesi sui servizi ecosistemici. Ogni volta visualizzavo la collina di Sant’Antonio con i suoi edifici agricoli centenari: mi sembrava impossibile che nessuno percepisse l’importanza di quel luogo.

Quando è mancato mio papà, abbiamo ridiscusso l’assetto societario dell’azienda madre e ho colto l’occasione per ricominciare da capo. Sentivo l’urgenza di raccontare una storia nuova. Ho scelto il nome Oxenfeld (“campo dei buoi”) perché è parte del mio cognome (Bossi Fedrigotti von Ochsenfeld), perché il bue è nello stemma di famiglia, perché lo abbiamo cercato anche sotto forma di costellazione (il Boote) e perché Sant’Antonio Abate è il patrono degli animali da fattoria. Tutto tornava e tutto mi faceva ben sperare.

Adriano Guerri
Lavorando in importanti hotels europei, per approfondire la conoscenza del mondo enoico frequento un corso vini a Londra.Mi appassiono al nettare di Bacco, al ritorno in Italia divento Sommelier Professionista. Un punto di partenza, inizio a partecipare a kermesse enoiche, degustazioni guidate, visite in azienda e areali sia in Italia sia all'estero. Da qualche anno scrivo articoli sul mio blog ed alcune riviste di settore nazionali.