Dal 24 al 26 aprile San Quirico d’Orcia ha ospitato una nuova edizione dell’Orcia Wine Festival, appuntamento ormai centrale per raccontare una denominazione che continua a crescere in credibilità, fascino e consapevolezza. Nel cuore di uno dei paesaggi più iconici della Val d’Orcia, patrimonio visivo prima ancora che agricolo, produttori, operatori e appassionati si sono ritrovati per degustazioni, incontri e momenti di approfondimento dedicati a un territorio che ha ancora molto da dire.
Ma il cuore dell’evento, più che nella sola celebrazione del bello, è emerso nel calice.
L’Orcia DOC si conferma infatti una denominazione sorprendente, capace di muoversi tra radici profonde e visione moderna. Mentre si guarda con interesse al probabile e auspicabile futuro approdo alla DOCG, passaggio che comporterebbe disciplinari più stringenti e una maggiore definizione identitaria dei vitigni ammessi, la zona oggi dimostra un’anima viva, curiosa e straordinariamente dinamica.
Eclettica, camaleontica, a tratti persino istrionica.
Accanto ai vitigni storicamente più legati alla Toscana, emergono interpretazioni di uve rare o raramente vinificate in purezza come Fogliatonda, Colorino e Pugnitello, varietà che qui trovano nuove occasioni espressive. Allo stesso tempo, non manca il coraggio di confrontarsi con vitigni dal respiro internazionale come Marsanne, Roussanne, Sauvignon Blanc, Petit Verdot, Syrah e Viognier.
E ancora più sorprendente è vedere arrivare in queste colline uve simbolo di altri territori italiani, come il campano Greco di Tufo, che nell’Orcia cerca una nuova voce senza perdere la propria origine.
Tutto questo non è confusione identitaria. È, al contrario, il segnale più evidente di una vocazione autentica.
Perché solo un territorio realmente adatto alla viticoltura può permettersi di sperimentare così tanto mantenendo coerenza qualitativa. E solo produttori preparati, sensibili e profondi conoscitori dei propri suoli possono avere l’intelligenza di cercare, selezionare e interpretare vitigni diversi senza snaturare il luogo.
Qui si percepisce uno spirito pionieristico che non rincorre mode, ma prova a capire cosa possa raccontare davvero queste colline. Il risultato sono vini spesso personali, identitari, riconoscibili, capaci di parlare la lingua dell’Orcia anche quando utilizzano alfabeti diversi.
In un mondo del vino che talvolta cerca sicurezza nella ripetizione, l’Orcia sembra scegliere una strada più complessa ma anche più affascinante: quella della libertà guidata dalla competenza.
E forse è proprio questa la sua firma più autentica.
Degustazioni simbolo del festival
Fogliatonda 2023 – Roberto Macelloni Naso di mora selvatica, viola appassita e lieve speziatura mediterranea. Bocca energica, fresca, con tannino vivo e sincero. Vitigno raro che qui trova voce convincente.
Uni 2021 – Fabbrica Syrah e saldo di Viognier a grappolo intero che dialogano con eleganza. Pepe nero, mirtillo, fiori blu e una carezza aromatica data dal bianco. Sorso dinamico, moderno, ben ritmato.
Il Fattore – Bagnaia Petit Verdot di personalità marcata. Ribes nero, grafite, erbe officinali e tocco balsamico. Strutturato ma non pesante, chiude lungo e speziato.
Aetos 2024 – Tenuta Sanoner Greco di Tufo in terra d’Orcia. Agrumi maturi, pietra calda, ginestra e una bella vena salina. Bocca tesa, vibrante, con finale sapido di carattere.
Tagete – Poggiogrande Marsanne e Roussanne macerati. Dorato luminoso, naso di albicocca secca, tè, erbe di campo e scorza d’arancia. Sorso materico ma composto, intrigante.
Pugnitello 2016 – Olivi Le Buche Il tempo lo ha cesellato bene. Frutta scura, tabacco dolce, cuoio fine e spezie orientali. Bocca ampia, ancora viva, con tannino domato e nobile.
Gisso 2022 – La Nascosta Sauvignon Blanc che evita eccessi varietali. Sambuco, lime, foglia di pomodoro lieve e pietra focaia. Fresco, agile, preciso, di bella bevibilità.











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