Si è conclusa a Città di Castello (PG) un’edizione di Only Wine Festival che non è stata soltanto una cornice, ma parte integrante del racconto. La città, sospesa tra Rinascimento e contemporaneo, tra palazzi storici e visioni artistiche radicali come quelle di Burri, ha creato un dialogo naturale con il mondo dei giovani vignaioli. Proprio come il festival, anche la città ha vissuto un equilibrio tra tradizione e innovazione. Tra le vie del centro si è respirato un clima festoso, con i locali che la sera si sono riempiti di giovani e appassionati di vino, dando l’impressione che Only Wine Festival non abbia mai chiuso le porte.

Andrea Castellani, ideatore di Only Wine Festival, non ha amato stare sotto i riflettori quanto i vignaioli che ha selezionato. Eppure, è stata proprio la coerenza del progetto a rivelare la sua firma. Anche nell’edizione 2026, andata in scena a Città di Castello, il format ha mantenuto intatta la sua identità: un osservatorio privilegiato sulla nuova generazione del vino italiano.

Castellani ha continuato a lavorare su un equilibrio delicato ma efficace: pochi numeri, alta qualità, relazioni autentiche. Non una semplice fiera, ma un ambiente in cui i giovani produttori, spesso alla loro prima vera ribalta nazionale, hanno trovato spazio per raccontarsi senza filtri. È qui che la sua intuizione originaria si è rinnovata: dare voce a chi rappresenta il futuro del vino, prima che diventi tendenza consolidata.

Fondamentale, in questo processo, è stato il lavoro di selezione delle cantine, che Castellani ha condotto avvalendosi della professionalità e dell’intuito di Francesco Saverio Russo, uno sguardo competente e sensibile, capace di intercettare realtà emergenti e progetti autentici, spesso ancora lontani dai circuiti più battuti.

Più che un organizzatore, Castellani si è confermato un regista discreto. Only Wine Festival non è stato soltanto un evento, ma un racconto corale costruito negli anni, in cui ogni edizione ha aggiunto un tassello. E il 2026 ha ribadito come la sua intuizione iniziale, scommettere sui giovani, non sia stata solo vincente, ma necessaria per leggere il presente del vino italiano.

Tra i banchi d’assaggio, Only Wine Festival si è confermato un atlante dinamico del vino contemporaneo, dove territori diversi hanno dialogato attraverso il lavoro dei giovani vignaioli.

Dalle Marche è arrivata Azienda Vitivinicola Casaleta, realtà familiare che ha custodito vecchi cloni di Verdicchio, traducendoli in vini di tensione e profondità. A Serra de’ Conti (AN), tra colline che guardano l’Adriatico e conservano un equilibrio agricolo ancora integro, Casaleta ha portato avanti un progetto prima di tutto agricolo e solo successivamente enologico. Il punto di partenza sono state le vigne: vecchi impianti, alcuni oltre i settant’anni, custoditi come un patrimonio genetico e culturale. È lì che si è costruita l’identità aziendale.

Sempre marchigiana è stata Casa Lucciola, progetto recente e sensibile, che ha interpretato il paesaggio con uno sguardo contemporaneo e artigianale sul Verdicchio di Matelica. Vini tesi e armonici allo stesso tempo. Bellissime le etichette realizzate da Federica Cecchi Winedesigner.

In Umbria, Cantina Ninni ha raccontato una viticoltura intima e territoriale, fatta di piccoli numeri e grande attenzione alla materia. Veri artigiani del vino.

Dalla Toscana, Gagia Blu, cantina giovane, ha portato vini essenziali e identitari, capaci di coniugare precisione e immediatezza espressiva. In Maremma, tra i suoi vini, ha spiccato il Metodo Classico da uve Sangiovese, 36 mesi sui lieviti e dosaggio zero. Un progetto nato dalla vigna: sesto d’impianto più stretto, scelta del clone e del portainnesto.

Sempre in Toscana, a stupire è stato il Brunello di Montalcino della Cantina Bùcine. Nessuna ricerca di potenza o stile internazionale, ma una lettura più essenziale del territorio. La gestione agronomica è stata precisa, mentre in cantina gli interventi sono rimasti minimi, con l’obiettivo di preservare integrità e identità dell’uva.

Nel Lazio ho visitato lo stand Borgo del Cedro di Sara Costantini, dove il lavoro in vigna si è tradotto in etichette autentiche, legate alla ruralità e alla tradizione reinterpretata. Vini freschi e dinamici, pensati per un pubblico giovane.

In Liguria ho incontrato Davide e Giuseppe della cantina Cà du Ferrà, affacciata sul mare, con vini che hanno restituito tutta la verticalità e la sapidità di un territorio estremo. Un viaggio inclusivo alla riscoperta dei vitigni autoctoni liguri e della loro “liguritudine”.

Ha chiuso idealmente questo percorso Cantina Messori, realtà emiliana che ha raccontato in modo diretto e contemporaneo il volto più autentico del Lambrusco, lontano dagli stereotipi e profondamente legato alla terra. Come ha detto Andrea Castellani, “il Lambrusco è il vino più divertente e contemporaneo”. Prendendo spunto dal nome Pet Nat, è nato sPETtiNATo, un metodo ancestrale di Graspa Rossa in purezza.

Un mosaico di esperienze diverse, unite da una visione comune: quella di un vino che è nato dalla terra e ha trovato nel racconto diretto dei suoi protagonisti la sua forma più autentica.

Alberto Chiarenza
Sono romano ma cresciuto in Sudafrica: porto uno sguardo multiculturale, eleganza e passione enogastronomica. Sommelier e Assaggiatore ONAV, vivo il vino come stile di vita e continua ricerca.