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Ha fatto molta impressione la notizia della atroce morte il 3 maggio di una giovanissima madre lavoratrice in una fabbrica in provincia di Prato. Alla quale, due giorni dopo, si è aggiunta quella di un operaio metalmeccanico in Lombardia. Non possiamo che inchinarci umanamente davanti a queste tragedie. Prima di tutto.

Ma subito dopo è giusto fare anche alcune considerazioni sul tema, di grandissimo rilievo, che aleggia su queste morti: la sicurezza e l’igiene sul posto di lavoro, come si dice in linguaggio tecnico normativo. Quella che nella più diretta lingua inglese si chiama safety, una parola per dire tutto.

Ebbene, il tema si presta con grandissima facilità a prese di posizione emotivamente molto cariche. Spesso da parte di partiti politici, organi di informazione, talvolta anche in modo poco oggettivo. La questione va affrontata invece con la serietà e la profondità doverosa che è richiesta quando si discute di eventi potenzialmente letali per l’essere umano. In questo senso colpiscono i dati che sono stati ricostruiti e riportati da pagellapolitica.it, un sito di fact-checking. Consultando fonti Istat e Inail e confrontando le serie di dati disponibili, risulta in modo molto evidente come in Italia il numero dei morti dovuti a questioni legate alla safety, da circa 30 anni sia fortunatamente sceso.

Ma analizzando bene i dati, non come ci si sarebbe potuto aspettare. E’ necessario riportare qualche cifra. Nel 1990 ci furono 2.147 morti per infortunio e malattia professionale. Erano diminuiti a 1.366 nel 1995, un notevole regresso. Da allora però la linea del grafico, pur tra alti e bassi, è rimasta tendenzialmente attorno a quell’ordine di grandezza: nel 2000 erano 1.389, nel 2010 erano 1.464 per arrivare a 1.172 nel 2015 e a 1.270 lo scorso anno 2020. Certo, il 2020 è stato un anno assai particolare per gli effetti della pandemia.

Non c’è stato il crollo forse auspicabile in relazione ai progressi tecnologici e organizzativi che nel frattempo hanno interessato gran parte del mondo delle imprese. Colpisce peraltro notare come, al contrario, nello stesso periodo di riferimento gli omicidi volontari secondo l’Istat siano passati dai 1.773 nel 1990 ai 746 nel 2000, ai 526 nel 2010 per arrivare ai 271 nel 2020.

Numeri, certo. Da prendere con intelligenza. Bisognerebbe considerare le dinamiche evolutive del contesto economico sociale, come minimo, per capire questo andamento in modo approfondito. Numeri che però parlano chiaro. Contrariamente forse a quanto possa sembrare in base agli umori dell’opinione pubblica, i dati ci dimostrano che i morti sul e per il lavoro sono da trent’anni sempre costantemente più numerosi di quelli per omicidio. Anzi questi ultimi sono diminuiti in modo più sensibile rispetto ai primi.

C’è un senso, un significato dietro a questo? Bisogna tenere conto che negli anni non è certo mancata una attenzione normativa a tutela delle condizioni di sicurezza sul lavoro. Adempimenti derivanti dalle normative nazionali ma anche da quelle locali, dalle leggi del Parlamento ma anche dai provvedimenti di tanti altri enti dell’amministrazione pubblica.

Ricordo anni fa un giornalista famoso si prese l’onere di contare semplicemente il numero di questi diversi adempimenti. Se la memoria non mi inganna venne fuori un numero attorno all’ottantina. Non importa il numero preciso, anche facendo un giro sul sito del Ministero del Lavoro nella sezione dedicata alla sicurezza ci si può rendere conto di quante fonti dispositive vi siano elencate. E’ il senso che se ne ricava, che conta: la sicurezza sul lavoro è un ambito al quale le normative di ogni genere dedicano davvero molta attenzione. E ovviamente vanno rispettate.

Accanto alle norme, c’è l’evoluzione tecnologica. Se ne parla tanto, di continuo: la progressiva automazione dei processi produttivi, la digitalizzazione, il ricorso crescente a macchine e algoritmi che sostituiscono l’essere umano. Tutto ha permesso lo sviluppo dell’efficienza all’interno delle imprese, e quindi anche ridotto i rischi reali per la sicurezza. O dovrebbe. Perché poi bisognerebbe comprendere bene se e quanto tale evoluzione abbia davvero investito il tessuto produttivo nazionale, fatto in grandissima parte di piccole e medie imprese. Ma questo è un altro discorso.

C’è poi l’aspetto sociale: l’attenzione crescente, la giusta enfasi che è sempre più stata data al tema della sicurezza. Fortunatamente e giustamente, perché non è ammissibile perdere vite per negligenza, inefficienza o, peggio, per risparmiare sui costi.

Allora, a fronte di un’evoluzione simile, ci si aspetterebbe un calo drastico per i morti sul e per il lavoro. Calo c’è stato, da trent’anni a questa parte, ma non drastico, come indicano i numeri.

Nella mia più che trentennale esperienza professionale nelle imprese, più di una volta ho avuto sensazione che spesso moduli e documenti vari da produrre obbligatoriamente (insomma la burocrazia) dominassero sulla “reale” sostanza della tutela sul posto di lavoro. Che richiedessero tanta cura, impegno, da poter far perdere di vista l’obiettivo autentico. Che fossero il primo piano nitido della foto con lo sfondo invece sfocato.

E allora, il vero punto è un altro: culturale. Ancora una volta la chiave di volta è l’attenzione alle persone, prioritaria, antecedente a tutto, costante. La vita è il bene più prezioso di cui l’essere umano dispone, dunque tutto, anche sul lavoro, deve essere garantito affinché si preservi: non si può considerare la persona solo un costo.

E’ importante, come dicono tutti, la continua formazione, la crescita delle competenze di ciascuno. Ma è solo un aspetto: occorre far sì che la persona sia davvero al centro, occorre investire sulla motivazione delle persone, sul loro costante coinvolgimento, utilizzando altre leve e toccando molti altri aspetti della gestione d’impresa.

Così si rafforza la cultura della safety, si radica la sensibilità in ognuno rispetto ad essa. Sia in chi ha responsabilità d’impresa sia in chi vi lavora. Così essa diviene parte integrante della cultura d’impresa, perché la sicurezza non può mai essere questione per tecnici, compito specialistico di chi se ne occupa per ruolo.

Non bastano le circolari interne che dispongono. Non bastano le aule che formano. Occorre che le persone partecipino, si sentano coinvolte attivamente nella vita dell’impresa. L’individuo non è un insieme di tanti pezzi, uno per il medico, uno per lo psicologo, uno per il sociologo o il filosofo, uno per il tecnico di processo o della safety, ma è un tutt’uno e come tale va considerato e rispettato.

La sicurezza sul lavoro è strettamente funzionale al benessere delle persone e dunque è un fattore di gestione che deve essere integrato con tutti gli altri.

Occorre dunque lavorare sugli aspetti tecnici, facendoli poi rispettare (organizzazione, procedure, strumenti di protezione…), ossia sulla sicurezza oggettiva. La persona si sente confortata dal rendersi conto che tutto “funziona bene”. Ciò diminuisce l’insicurezza.

Ma occorre lavorare anche sulle persone (comunicazione, dinamiche relazionali, motivazione, comportamenti…), ossia sulla sicurezza soggettiva. La persona si sente coinvolta, parte integrante. Ciò aumenta la sicurezza reale. Dai dati citati, sembra che ci sia ancora molto da fare.

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