Ci sono storie che nascono da un progetto. E poi ci sono storie che nascono da una sorpresa. Quella di Borgo Macereto appartiene alla seconda categoria.

Durante la cena “A tavola con il produttore”, organizzata ancora una volta presso l’Osteria del Pratellino da Milko Chilleri e Francesco Carzoli, cornice ormai riconfermata per autenticità e coerenza gastronomica grazie a una cucina povera toscana capace di esaltare la materia prima senza compromessi, emerge il racconto di una cantina che ha fatto dell’imprevisto la propria cifra stilistica.

Un inizio fuori dagli schemi

Quando nel 2014 la proprietà acquisisce il podere, si trova di fronte a una realtà tutt’altro che convenzionale: un vigneto di Gamay. Una presenza insolita, quasi estranea al contesto toscano, che avrebbe potuto essere facilmente sostituita. E invece no. La scelta è stata quella di ascoltare il vigneto, comprenderlo e valorizzarlo.

Da qui nasce un percorso che porta oggi a vini con una personalità definita, dove il Gamay non appare come un corpo estraneo, ma come un interprete credibile di un territorio che non gli appartiene per tradizione, ma che riesce comunque a raccontare.

Il bianco: un progetto pensato, poi realizzato

Se il Gamay rappresenta l’imprevisto, il vino bianco è invece il risultato di una visione precisa e di una volontà chiara e visionaria. Un’idea prima, una volontà concreta poi, sviluppata anche grazie alla consulenza dei Vivai Rauscedo: un impianto che unisce Viognier, Riesling, Moscato, Sauvignon Blanc e Incrocio Manzoni.

Un mosaico varietale che, sulla carta, potrebbe risultare dispersivo, ma che nel bicchiere trova una sua coerenza e soprattutto una sua piacevolezza. Ne nasce un bianco di buona struttura, aromatico ma composto, con una componente alcolica contenuta (12%) che lo rende perfettamente allineato alle richieste del mercato contemporaneo: meno opulenza, più bevibilità, senza rinunciare alla complessità. Un vino moderno, ma non banale.

Una Toscana “non toscana”

Borgo Macereto si presenta quindi come una realtà volutamente anomala: una cantina toscana che sceglie vitigni tutt’altro che toscani. Una scelta che potrebbe apparire dissonante, ma che trova un punto di equilibrio nel Sangiovese, capace di trasformarsi in un Chianti Rufina elegante, misurato, profondamente territoriale.

È qui che la cantina dimostra la propria maturità: nel saper coniugare sperimentazione e radici, senza perdere il filo del racconto.

Nel bicchiere: interpretazioni fuori dagli schemi

La degustazione ha confermato la coerenza stilistica della cantina e la centralità del vitigno. Elemento comune a tutti i vini degustati è la vinificazione in acciaio, scelta chiara e coerente per esaltare il vitigno nella sua espressione più diretta.

I vini risultano così giocati su freschezza, pulizia e immediatezza, con un approccio che privilegia la leggibilità rispetto alla stratificazione.

Doppiosenso 2025 (Viognier, Sauvignon Blanc, Riesling, Incrocio Manzoni, Moscato)

Blend aromatico ben costruito, con note di fiori bianchi, pesca e leggere sfumature esotiche. Il sorso è di buona struttura ma scorrevole, sostenuto da una freschezza che ne bilancia la componente aromatica e da una sapidità calcareo‑minerale che allunga il sorso e amplifica le note dolci. Il tutto in 12% vol. Moderno, centrato, contemporaneo.

Perdono 2024 (rosato da Gamay)

Profilo delicato ma espressivo, con richiami di piccoli frutti rossi e agrumi. In bocca spicca una elegante sensazione di mandarino, che accompagna un sorso fresco, dinamico e armonico. Rosato di grande equilibrio.

Incipit 2023 (Gamay in purezza)

Naso caratterizzato da una marcata speziatura, con note di rosmarino intrecciate a un frutto rosso fragrante. Il sorso è pieno e importante, con una chiusura pulita che ne esalta la bevibilità. Interpretazione identitaria e riconoscibile: un Gamay che sorprende per profondità e carattere.

La Fuga 2023 (Chianti Rufina – Sangiovese in purezza)

Espressione elegante del territorio, con note di ciliegia, viole e lievi accenni speziati. In bocca è equilibrato, con tannino fine e integrato. Sorso lineare, preciso, più orientato alla finezza che alla potenza.

Osteria Pratellino
Osteria Pratellino

Una riflessione necessaria

La scelta di uscire dagli schemi è sempre un atto di coraggio. Ma comporta anche una responsabilità: quella di mantenere nel tempo una coerenza stilistica e narrativa.

Borgo Macereto sembra aver intrapreso la strada giusta, anche se la sfida sarà quella di evitare che la diversità diventi un esercizio di stile fine a sé stesso. Perché l’identità, per essere davvero tale, deve essere riconoscibile e credibile.

La serata al Pratellino conferma ancora una volta come il vino, quando è raccontato nel contesto giusto, riesca a esprimersi con maggiore autenticità. Borgo Macereto è una cantina che non segue le regole, ma prova a riscriverle. E in un panorama spesso omologato, questa è già una presa di posizione.

Resta ora da vedere come questa anomalia saprà evolversi nel tempo. Ma le basi, solide e consapevoli, ci sono tutte.

Michele Nasoni
Era il 1972, annata tragica in tutta Italia per il vino, eppure nacqui io. Allevato a latte e Sangiovese, pane vino e zucchero, nel 2010, fu per me un piacere, oltre che un onore, diventare sommelier. Dal 2016 inizia a scrivere sul mio blog ed oggi eccomi qua!