Cà du Ferrà nasce a Bonassola, nel cuore della Riviera ligure di Levante, come espressione di una Liguria contemporanea fatta di verticalità, mare, luce e viticoltura eroica. Oggi l’azienda è guidata da Davide Zoppi e Giuseppe Luciano Aieta, che da oltre dieci anni portano avanti un progetto identitario e profondamente legato al territorio delle Colline di Levanto. I vigneti si estendono tra Bonassola e Framura, su terrazzamenti affacciati sul mare, dove la viticoltura incontra una visione moderna, sensibile e artigianale.

Le varietà allevate sono vermentino, albarola, bosco, sangiovese, ciliegiolo, granaccia, ruzzese, syrah, merlot e il raro vermentino nero. Durante un evento abbiamo posto a Davide Zoppi le seguenti domande.

Quali sono le principali sfide che la vostra azienda ha affrontato negli ultimi anni e come le avete superate?

Negli ultimi anni la sfida più grande è stata probabilmente quella di riuscire a mantenere un’identità autentica e profondamente territoriale in un mondo del vino che spesso tende all’omologazione.

Fare viticoltura eroica in Liguria significa lavorare ogni giorno contro limiti strutturali importanti: vigneti terrazzati, pendenze estreme, frammentazione fondiaria, costi elevatissimi e impossibilità di meccanizzare gran parte delle lavorazioni. A questo si sono aggiunti gli effetti del cambiamento climatico, con annate sempre più estreme e imprevedibili.

Abbiamo scelto di affrontare tutto questo investendo ancora di più nella qualità, nella ricerca agronomica ed enologica e soprattutto nella valorizzazione dell’identità delle Colline di Levanto. Non abbiamo mai cercato scorciatoie: abbiamo lavorato per costruire una visione contemporanea della Liguria del vino, mantenendo però intatto il legame con il paesaggio, la luce, il mare e la verticalità dei nostri vigneti.

Un’altra sfida importante è stata quella della comunicazione. Oggi non basta produrre grandi vini: bisogna anche riuscire a raccontarli con verità, sensibilità e coerenza. Abbiamo quindi investito molto nel linguaggio, nell’immagine e nella costruzione di un racconto autentico della nostra realtà.

Come descrivereste la situazione attuale del settore vinicolo?

Crediamo che il settore stia vivendo un momento di profonda trasformazione.

Da una parte esiste una crescente attenzione verso vini identitari, territoriali, artigianali e prodotti in maniera sempre più consapevole. Dall’altra il mercato internazionale è diventato estremamente competitivo e complesso, con dinamiche economiche e geopolitiche che influenzano fortemente consumi e distribuzione.

Il consumatore oggi cerca autenticità: vuole capire chi c’è dietro una bottiglia, quale storia racconta, quale paesaggio custodisce. Per questo pensiamo che il futuro appartenga ai produttori che sapranno essere riconoscibili, coerenti e culturalmente forti.

Allo stesso tempo riteniamo che il vino italiano debba imparare a valorizzarsi maggiormente anche economicamente. Per troppo tempo molti territori straordinari sono stati raccontati con poca consapevolezza del loro reale valore.

La Liguria rappresenta un esempio emblematico: una viticoltura difficilissima, rara, quasi estrema, che oggi finalmente sta iniziando a essere compresa e riconosciuta anche a livello internazionale.

In che modo la vostra azienda comunica i valori del territorio e della tradizione ai consumatori?

Cerchiamo di comunicarli prima di tutto attraverso i vini stessi.

Ogni bottiglia deve essere il riflesso del paesaggio da cui nasce: il mare, la luce salmastra, il vento, le altitudini, la pietra dei muretti a secco. La nostra idea di tradizione non è nostalgica o museale: è una tradizione viva, che dialoga con il presente.

Per questo parliamo spesso di “Liguria contemporanea”.

Accanto al vino lavoriamo molto anche sull’esperienza diretta: accoglienza in cantina, degustazioni nei vigneti, comunicazione visiva, fotografia, storytelling e collaborazioni editoriali. Crediamo che oggi il vino debba essere raccontato come un’esperienza culturale completa.

Un progetto a cui siamo molto legati è il recupero del Ruzzese, antico vitigno prefillosserico delle Colline di Levanto, che abbiamo riportato alla luce attraverso il vino “Zero Tolleranza per il Silenzio”: un vino che è insieme ricerca, memoria, identità e presa di posizione culturale.

Quali sono le prospettive e i progetti principali per il 2026?

Il 2026 rappresenta per noi un anno molto importante.

Stiamo lavorando su diversi fronti: ampliamento e recupero di nuovi vigneti eroici, sviluppo di progetti legati al Ruzzese, crescita sui mercati internazionali e consolidamento del posizionamento del brand Cà du Ferrà nel panorama del vino italiano ad alta identità territoriale.

Parallelamente continueremo a investire nell’accoglienza e nell’esperienza enoturistica, perché crediamo che il futuro del vino passi sempre di più dalla capacità di creare connessioni autentiche con le persone.

Sarà inoltre un anno dedicato alla ricerca e alla sperimentazione, con nuovi progetti enologici e collaborazioni che uniscono vino, arte, cultura e paesaggio.

Per noi il vino non è soltanto un prodotto agricolo: è un linguaggio attraverso cui raccontare un territorio, la sua memoria e la sua evoluzione.

Adriano Guerri
Lavorando in importanti hotels europei, per approfondire la conoscenza del mondo enoico frequento un corso vini a Londra.Mi appassiono al nettare di Bacco, al ritorno in Italia divento Sommelier Professionista. Un punto di partenza, inizio a partecipare a kermesse enoiche, degustazioni guidate, visite in azienda e areali sia in Italia sia all'estero. Da qualche anno scrivo articoli sul mio blog ed alcune riviste di settore nazionali.