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Dei circa 750 miliardi di euro che l’Europa mette a disposizione degli Stati per il rilancio delle loro economie dopo la pandemia (Next Generation EU), ben 209 miliardi sono destinati all’Italia.

Ovviamente l’Europa non regala a occhi chiusi. Dice che vanno impiegati secondo precise linee di sviluppo funzionali, soprattutto alla sostenibilità ambientale, all’innovazione tecnologica, alla riduzione delle disuguaglianze. Ed entro tempi certi. Ogni Stato presenterà a breve un Piano specifico, che dall’Europa dovrà essere prima approvato e poi verificato nella sua attuazione.

Il nostro Paese ha un’occasione davvero storica. Almeno sulla carta, in qualche modo paragonabile al Piano Marshall, il programma di aiuti attuato dagli Stati Uniti a favore dell’Europa nell’immediato secondo dopoguerra e che contribuì alla sua ricostruzione.

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Si possono così rilanciare l’economia dopo la pandemia e sistemare una volta per tutte i problemi che ci affliggono da sempre. A cominciare dalla carente efficienza dell’Amministrazione dello Stato. Sono necessarie idee chiare, determinazione. Già solo per questo è una sfida imponente. Ma c’è un altro punto di grande rilevanza: dei 209 miliardi a disposizione, circa 128 sono prestiti, sia pure a condizioni favorevoli. Ora, però, tutti sappiamo che un prestito va restituito, prima o poi. E’ qui che conviene fare molta attenzione.

Il fatto è che l’Italia purtroppo arriva a questo appuntamento già con un debito pubblico fra i più alti del mondo. Non lontano dal 160%: significa che se abbiamo un valore 100 di PIL (Prodotto Interno Lordo, ossia la somma del valore in moneta di tutti beni e servizi prodotti in un anno in un Paese), il debito pubblico vale 160.

Il debito non è brutto, sporco e cattivo sempre e di per sé. Recentemente Mario Draghi non a caso ha parlato di debito “buono” e “cattivo”. Un po’ di debito è fisiologico per la vita degli Stati, perché siano in grado di fornire servizi efficienti come ci si attende. Serve, ma si deve essere in grado di gestirlo sapientemente.

Il debito pubblico è la sommatoria negli anni della differenza tra spese e entrate totali dello Stato alla fine di ogni anno. Più lo Stato è efficiente in tutti i suoi ambiti, più sarà economicamente positivo (in crescita costante, solida, robusta, che garantisce adeguate entrate fiscali) meno avrà bisogno del debito.

Debito vuol dire che qualcuno là fuori presta i propri soldi al Paese acquistandone i titoli di Stato e aspettandosi nel tempo un conseguente ritorno. I tanto citati mercati finanziari mondiali, con tutti i loro protagonisti.

Lo Stato paga gli interessi sui titoli emessi. Se è considerato poco affidabile (inefficiente) o con scarse prospettive di crescita o, peggio, in recessione, chi lo finanzia pretende in cambio interessi più alti a copertura del maggior rischio rispetto ad un paese più affidabile.
Sta qui il famoso spread tra l’Italia e la Germania riferimento di affidabilità, ossia proprio la differenza dell’entità del tasso di interesse pagato sui titoli di stato emessi e comprati dagli investitori.

E’ una spirale diabolica da cui è difficile uscire: meno è affidabile, più paga alti interessi sui titoli emessi, più ha bisogno di risorse finanziarie, più ricorre al debito e via da capo. Se la crescita economica misurata dal PIL è più alta del tasso di interesse pagato sui titoli di Stato, ne consegue che l’aumento delle entrate fiscali dovuto all’aumento del PIL sarà più alto della spesa per interessi e in tal modo il debito pubblico tenderà a diminuire nel corso degli anni.

Il debito è dunque connesso alla crescita e alla affidabilità dello Stato. Storicamente, pare che il nostro Paese abbia una innata propensione a fare scelte con una visione di corto respiro, più ispirata da ragioni di consenso elettorale immediato che di strategia di medio lungo periodo. Non sembra essere neppure una questione di schieramenti politici, non ci sono grandi differenze.

Stavolta invece dovremo scongiurare davvero il rischio di scelte appunto centrate più che altro sul presente e ben poco sul futuro. Perché i prestiti dall’Europa vanno ad aggiungersi ad una condizione già di per sé piuttosto preoccupante del debito pubblico e di crescita stagnante o carente proprio.

Occorre una visione ampia che dal presente tocchi il futuro, nel rispetto delle linee guida UE, attraverso il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” di cui si sente tanto discutere in questi giorni. Occorre indicare gli obiettivi strategici da perseguire e le concrete misure di attuazione per innestare una spirale benefica di sviluppo efficiente, disegnando il Paese dei prossimi anni.

La crescita è il modo per creare le condizioni reali per poter ripagare il prestito europeo e rientrare progressivamente dal debito pubblico che ci portiamo dietro da decenni. E non lasciare in eredità alla futura generazione il fardello di una matassa ancor più ingarbugliata da sbrogliare. A quel punto, altro che Next Generation! Tutto questo può sembrare solo economia… ma è molto di più.

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