La XVII edizione, andata in scena a Randazzo, ha segnato un punto di svolta netto: numeri da record, partecipazione trasversale e una percezione sempre più chiara del ruolo dell’Etna nel panorama vitivinicolo internazionale. I dati parlano da soli: circa 3.000 bottiglie stappate, oltre 45.000 assaggi, quasi 100 cantine presenti e una sessantina di giornalisti tra italiani e stranieri. Numeri importanti, sì, ma che da soli non bastano a spiegare cosa stia realmente accadendo su questo vulcano.

Un modello che evolve

L’evento, ideato da Andrea Franchetti e oggi organizzato da Crew, conferma una crescita non solo quantitativa ma soprattutto qualitativa. Il talk inaugurale “L’arte di vendere il vino” ha restituito una fotografia lucida del momento: il vino non è in crisi, sta cambiando pelle. Meno volume, più valore. Meno sovrastrutture, più autenticità. E in questo scenario l’Etna gioca una partita tutta sua, fatta di posizionamento, identità territoriale e versatilità produttiva.

Il territorio come linguaggio

Camminando tra i banchi d’assaggio, si percepisce una cosa chiara: qui il vino non è mai solo vino. È traduzione liquida di un territorio estremo. Il Carricante ne è la prova più evidente. Un bianco che sfida il tempo, mantenendo una freschezza e una sapidità ostinate, con una verticalità che non si piega. E poi evolve… si arricchisce di note terziarie – idrocarburo, affumicature sottili, mineralità lavica – che raccontano la profondità del vulcano più di qualsiasi parola.

Dall’altra parte, il Nerello Mascalese. Qui il registro cambia. Se il Carricante è la lava che si fa luce, il Nerello è lo spettacolo notturno dell’Etna: fuoco, cenere, energia in movimento. In degustazione si traduce in vini che oscillano tra tensione e profondità, tra frutto e spezia, tra immediatezza e stratificazione.

Oltre il vino: comunità e visione

Uno degli aspetti più interessanti emersi da questa edizione è il forte senso di comunità. La presenza delle istituzioni locali, del Consorzio Etna DOC e degli operatori del settore ha restituito l’immagine di un territorio coeso, consapevole della propria forza e della direzione da prendere. Non è un dettaglio. È il vero valore aggiunto.

Perché oggi l’Etna non è solo un luogo dove si producono grandi vini. È un laboratorio. Un laboratorio dove si sperimentano nuove forme di comunicazione, dove si ragiona sull’impatto dell’intelligenza artificiale, dove si costruiscono strategie per affrontare i mercati internazionali senza perdere identità.

La sensazione finale

Uscendo da Contrade dell’Etna, resta una sensazione netta. Qui non si parla di tendenze. Qui si costruisce il futuro. Un futuro che sa di pietra lavica, di vento, di fuoco. E di vini che non cercano di piacere a tutti… ma di raccontare qualcosa di vero. E forse è proprio questo il punto. L’Etna non vuole convincerti. Vuole farsi ascoltare… e bere!

Michele Nasoni
Era il 1972, annata tragica in tutta Italia per il vino, eppure nacqui io. Allevato a latte e Sangiovese, pane vino e zucchero, nel 2010, fu per me un piacere, oltre che un onore, diventare sommelier. Dal 2016 inizia a scrivere sul mio blog ed oggi eccomi qua!