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Malinconici giorni, quelli di febbraio: giorni in cui le cose affondano e si confondono in un uniforme grigiore. Ed ecco esplodere improvvisi i colori e il clamore del Carnevale in un’allegria sfrenata che sembra riflettere un moto liberatorio dell’animo oppresso dalla cattiva stagione.

Il Carnevale, diceva Goethe “non è una festa che si offre al popolo, ma una festa che il popolo offre a se stesso”: una festa in cui il mondo si rovescia, servi e padroni, re e plebe, bello e brutto, savi e folli si scambiano i ruoli e tutto diventa lecito, dominato com’è dalle sole leggi del piacere e dell’eccesso.

Eccessi che in tutti i Paesi latini sono soprattutto alimentari. Non è un caso che l’etimologia quasi universalmente accettata del nome della festa sia la sua derivazione dal latino carnem levare, eliminare la carne, come se l’abbuffata di dolci e di maiale preludesse al tempo della purificazione che coincideva con la Quaresima e l’inizio della nuova stagione. Quasi un modo di consumare in un attimo, in un’orgia alimentare, le provviste dell’anno passato, nel momento in cui la terra in letargo non aveva ancora prodotto i teneri germogli, presagio di ricche messi, e si apriva un periodo di digiuno sancito ritualmente dalla Chiesa.

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Ecco perché le radici storiche del Carnevale affondano nei Saturnali romani − le feste in onore di Saturno, il dio che aveva insegnato agli uomini l’agricoltura − che avevano luogo nello stesso periodo e i cui riti propiziatori e purificatori segnavano l’inizio non solo del nuovo ciclo stagionale ma del nuovo anno. Nell’antichità classica, infatti, questo aveva inizio il primo di marzo, tempo della rinascita cosmica che precedeva di poco l’equinozio di primavera.

Così in ogni Carnevale, col suo corteggio di maschere dalle valenze magiche e misteriose che rimandano a figure demoniache, alle anime di trapassati, agli spiriti maligni, al dio della vite e del vino Dioniso trionfalmente assiso sul suo carro, all’uccisione del “re Carnevale”, trionfa la “festa del ventre”, il mito dell’abbuffata ad ogni costo, sorta di compenso per la fame quotidiana già subita e per quella rituale dell’ormai imminente Quaresima.

Carnevale di chiassose sarabande, Carnevale di fuochi accesi per scacciare fantasmi e spiriti maligni, Carnevale di carri trionfali dell’Abbondanza, le cui figure simboliche sono cariche di ornamenti alimentari. Carnevale di battaglie di uova, di arance, di rape e di confetti − tutti poi omologati nei multicolori coriandoli di carta, Carnevale di gnocchi e minestre ricche di carne e frattaglie, di paste fritte e ripiene, Carnevale di zucchero e miele, di zeppole e berlingozzi, di cannoli e cicerchiate.

È morto il re, viva il re.
Re Carnevale.

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