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Era il 22 Febbraio quando sono iniziate a circolare le prime notizie di contagio Covid in Italia, dando il via di fatto ad un periodo storico che ha cambiato le nostre abitudini e il nostro modo di pensare. Agnese Pini, direttrice de “La Nazione” il più importante giornale di Firenze, mi racconta i giorni quarantena vissuti in redazione e come questa pandemia abbia contribuito a velocizzare una trasformazione del giornale stesso.

Cosa è successo al momento dell’emanazione delle prime misure restrittive?

In 24 ore abbiamo portato a termine una rivoluzione digitale, 95 giornalisti e redattori e abituati a stare in redazione gomito a gomito, gli abbiamo messi a lavorare da casa iniziando di fatto una trasformazione nel modo di fare giornale. Ancora oggi stiamo cercando di tornare ad una normalità, i giornali si fanno condividendo la notizie e le opinioni, farlo senza avere la possibilità di guardarsi negli occhi è stato molto complicato.

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Hai avuto paura?

Si io sicuramente. per quello che stava accadendo, ho pianto mentre scrivevo la mia prima autocertificazione per arrivare in redazione, il coronavirus era qualcosa che nessuno conosceva. Nessuno era preparato alla voracità dei numeri che la Protezione Civile quotidianamente ci consegnava.

Poi cosa è successo?

I virologi dicevano ciascuno cose differenti, e questo ha generato la confusione dei primi momenti, abbiamo iniziato subito titoli troppo sensazionalistici, come se fosse un caso di cronaca, talcolta usando anche parole forti, troppo forti. Ad un certo punto abbiamo capito che il peso delle nostre parole era molto più importante di quello di qualsiasi altro caso di cronaca, abbiamo quindi imparato a moderare le nostre parole. Questo però non ha placato una campagna  di odio verso una certa stampa, accusata di fare informazione che diffondeva la paura, oggi posso rivendicare il fatto di aver agito in modo differente, utilizzato un modo di comunicare diverso dalla televisione, semplicemente raccontando che i casi di contagio crescevano e non sapevamo dove sarebbero arrivati.

Hai un ricordo vivo del periodo di quarantena?

Una delle cose che mi ha stupito di più nel periodo di quarantena è stato quello delle lettere: ogni mattina ne trovavo alcune sulla mia scrivania, scritte di pugno come una volta, questa è stata una cosa che mi ha commosso molto. I giornali infatti sono diventati quindi un luogo dove ci si conosce, doverci si confrontare ci fa sentire vicini, abbiamo quindi riaperto la pagina delle lettere sul giornale, ma con la ripresa della vita normale, le lettere sono nuovamente diminuite. In redazione abbiamo vissuto quei mesi con la consapevolezza che stavamo affrontando un momento storico, il nostro giornale ha 14 redazioni locali, non ne abbiamo mai chiusa nessuna, mantenendo un presidio vivo in ogni città dove siamo.

Cosa hai capito in questi mesi?

Alla Nazione abbiamo appesa al muro, un titolo del giornale del Novembre del 66, che personalmente racconta bene come fare giornalismo: “Alluvione a Firenze, la città vive con calma ore tragiche.

Un titolo che ritengo importante, perché in quel momento il giornale ha fatto anche istituzione, ai cittadini diceva che bisognava vivere con calma, è un titolo rassicurante, oggi come allora i cittadini non hanno bisogno di nuove ansie. Ancora oggi la verità e che non c’è una verità univoca, e quindi il difficile è rendere la confusione meno confusa possibile.

Siamo nati con un foglio quando Firenze era capitale, per arrivare al giornale di oggi in cui facciamo cronaca da 14 redazioni in Toscana, resistere al digitale è impossibile, come giornale presto dovremo fare un’altra trasformazione, se La Nazione esiste da 161 anni è perché abbiamo saputo cambiare, a volta raccontare cosa sono i giornale fa bene a noi giornalisti e ai lettori.

 

Foto: profilo pubblico Agnese Pini